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Pd, partito leggero con base pesante o partito pesante con base leggera? di Pierluigi Castagnetti Dopo Orvieto il processo di fondazione del partito democratico sembra aver avuto una forte accelerazione. Gli iscritti e gli elettori dei Ds e della Margherita guardano con favore al progetto, ma anche con preoccupazione per l’eccessivo verticismo del processo decisionale. E anche la percezione dei partiti sembra mutare. E così, se negli ultimi anni i Ds sono stati identificati da autorevoli osservatori politici come il “Partito di Prodi” (Ilvo Diamanti), nel senso del partito più favorevole al progetto di unificazione del centrosinistra, adesso che il dibattito sul partito democratico è entrato nel vivo, e riguarda in modo preponderante anche la struttura organizzativa del nuovo soggetto politico, le cose sembrano essere cambiate. Per il “Partito di Prodi” è infatti difficile divenire “partito alla prodiana”, intendendo in questo modo il partito immaginato da Vassallo nella sua relazione ad Orvieto. Un partito leggero in cui dovrebbe entrare, con convinzione, una base “pesante”, sia in termini quantitativi (più di 560mila iscritti, fra cui migliaia e migliaia di quadri e di dirigenti di enti locali ed economici di “lungo governo” della sinistra) sia per il proprio diffuso radicamento nel territorio nazionale (circa 7mila sezioni omogeneamente presenti in tutta Italia; più di 3mila feste dell’Unità locali). Una base strutturata che conta su un “apparato organizzativo” altrettanto articolato e che oggi sembra guardare con qualche nervosismo a tutto il percorso costituente. E ce ne eravamo accorti quando si era paventata la possibilità di “fare le Feste insieme” e forse in modo ancora più chiaro quando ad Orvieto, nel gruppo di lavoro sulla forma del partito, importanti interlocutori di area diessina non avevano esitato a ricordare che un partito senza sezioni è un partito senza anima, e che le sezioni si chiamano in questo modo non per caso, ma per ribadire che ogni sede, anche la più periferica, rappresenta una sezione, nel senso di una parte, pur piccola, ma fondamentale del partito. E allora, come accettare che proprio la sezione – per dirla alla Vassallo – “non deve avere la pretesa di rappresentare in forma esclusiva ed ufficiale la posizione del partito in quella porzione del territorio”? E come farlo accettare ai suoi iscritti? La risposta non è semplice ma certamente passa per la chiarezza e la sincerità. Chiarezza degli obiettivi e sincerità nella comune volontà di costruire una casa nuova. Che non sia la sola evoluzione o la semplice unione “a freddo” di due apparati, ma che abbia l’ambizione di rappresentare le nuove esigenze della società, di saper parlare alle nuove generazioni, e di non temere di allontanarsi dai retaggi ideologici del passato. Ma per questo occorre creare quel clima di convinzione profonda attorno all’obiettivo del nuovo partito. Occorre affrontare chiaramente il tema della forma del partito guardando in faccia la realtà. Ed occorre farlo facendo partecipare le basi dei partiti alle discussioni precongressuali in modo da restituire ai congressi la propria funzione di luogo della riflessione e del confronto e non della ratifica. Solo così sarà possibile superare quella doppia paura che sembra oggi attraversare le due basi: la paura del rischio di annessione e quella del timore di un annacquamento identitario.
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