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Pd, una ricerca senza pregiudizi “Il partito democratico non deve nascere con regole dittatoriali, ma ha bisogno di esperimenti e di fermenti”. Queste le parole di Romano Prodi usate pochi giorni fa nel ricordare le primarie dell’Unione e l’enorme scossa vitale che più di quattro milioni di cittadini hanno voluto trasmettere alla politica. Parole importanti, che vengono pronunciate dopo il seminario di Orvieto, nel mezzo del dibattito sulla forma da dare al nuovo soggetto politico. Un dibattito che riguarda il genere, ma anche il peso ed il carattere del “nascituro”. Sarà una federazione o un partito? Sarà pesante o leggero? Aperto o chiuso? Questi gli interrogativi che abbiamo davanti. Queste le sfide su cui ci dobbiamo confrontare. Ma per farlo dobbiamo liberarci da qualche pregiudizio di fondo ed evitare di raffrontare i nostri partiti e le forme di partecipazione politica degli italiani con modelli accademici scollati dalla realtà. Il richiamo al popolo delle primarie è tuttavia corretto. Un anno fa in quelle lunghe file abbiamo respirato un cambiamento e percepito, senza filtri, la voglia di partecipazione. Ma non cadiamo nell’errore e nella trappola della possessività. Molti di coloro che hanno votato alle primarie lo hanno voluto fare in prima persona, in piena autonomia, senza segnalare con quel loro gesto l’esigenza di iscriversi ad un nuovo soggetto politico. Il dibattito sulla forma del partito non può non tenere conto anche di questo aspetto.
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