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LA RIFLESSIONE N° 3, Ottobre 2006

Un forte slancio per la grande impresa (del Partito democratico) 
di Francesco Russo
Come da anni non accadeva, sembra che le vicende delle ultime settimane abbiano reso nuovamente attuale e credibile la sfida dei cattolico-democratici nel rigiocare i loro “talenti” politici in campo aperto, certamente senza alcuna garanzia di esito positivo, ma con l’ambizione di un rinnovato protagonismo e l’entusiasmo del misurarsi con l’inizio di una nuova, appassionante impresa come quella rappresentata dal Partito Democratico.
In questo senso possiamo leggere anche il successo del ritrovarsi in tanti a Chianciano, la franchezza e la freschezza del confronto cui abbiamo dato vita in quella sede, il dibattito che, anche a partire da quelle riflessioni si è sviluppato nell’intera coalizione.
Probabilmente non è un caso, infatti, se con più coraggio proprio in queste ultime settimane alcune voci (ed anche il Convegno ecclesiale di Verona sembra riaffidare ai laici cristiani questa priorità) hanno ritrovato le parole e l’occasione per ricordare che l’impegno per la città dell’uomo, il servizio alla politica è “la carità più alta”, un’esperienza entusiasmante che richiede donne e uomini liberi e forti e che offre a ciascuno la possibilità di spendere la propria vita e la propria passione per un progetto che ci supera e al tempo stesso ci completa nel nostro essere parte di una storia comune.
Non va nascosto, però, che questa ripresa di consapevolezza può correre il rischio di rappresentare il fuoco di paglia di un orgoglio residuo o, d’altro canto, un reale ma fragile nuovo inizio soffocato dalle incomprensioni e dalle interdizioni, più o meno strumentali, manifestate da alcuni nei confronti di questa rinnovata attività.
A nessuno sfuggono, infatti, accanto alle grandi potenzialità, i punti più critici dell’impresa che abbiamo deciso di chiamare Partito Democratico, ed in particolare l’impegno “senza rete” dei cattolici democratici dentro la scommessa di un partito nuovo, un partito vitale, di popolo, con un programma che ponga, ancora una volta, l’esperienza della persona al centro delle trasformazioni della società globale nel tempo straordinario in cui ci è dato di vivere.
Il dibattito delle ultime settimane è stato in questo senso molto utile perché ci ha aiutato a stabilire alcuni “paletti” importanti (paletti che dovremmo cominciare ad immaginare sempre meno come pezzi di una fortificazione difensiva ma piuttosto come i punti d’appoggio della nuova costruzione comune).
Tra questi certamente la discontinuità rispetto al percorso Pci-Pds-Ds (accompagnata dall’ambizione di aprire nuove vie alle collaborazioni in campo internazionale), la presenza, a pieno titolo e con pari dignità, del filone cattolico democratico tra le culture fondative del Partito Democratico, ma anche la capacità di affiancare esperienze innovative di partecipazione alla generosa militanza ancora presente nella Margherita e nei Democratici di Sinistra. In questo senso la garanzia di meccanismi più efficaci ed immediati di democrazia interna, dovrebbe scoraggiare i tesseramenti ipertrofici ma anche il rischio di un uso intensivo dello strumento delle primarie che potrebbe enfatizzare fenomeni di leaderismo e populismo già tanto presenti nelle nostre istituzioni (e nei nostri partiti).
Basteranno questi “paletti” per superare dubbi e resistenze di chi ancora giudica affrettata la costituzione di un partito unico con coloro che provengono dalla tradizione comunista e (solo più recentemente) socialdemocratica?
Credo si debba avere il coraggio di credere che se il seme cattolico-democratico è ancora “buon seme” non si possa temere di vederlo “morire” affinché porti più frutto in forma diversa dall’attuale. D’altro canto a più di cent’anni dall’inizio dell’esperienza sturziana possiamo registrare che la presenza dei cattolici in politica ha cambiato più volte strumenti e contenitori. E le esperienze dell’ultimo decennio ci hanno insegnato che, se nel PPI la mera declinazione dell’identità aveva perso ogni fascino elettorale, la Margherita, chiamata ad essere un contenitore plurale in cui trovare più luminose vetrine per la nostra tradizione, ci ha regalato più spazi e più seggi parlamentari, ma non ci ha resi più visibilmente e più modernamente cultura di riferimento nel centrosinistra.
D’altro canto, l’esperienza morotea ci mostra che, all’interno di un partito plurale ma sempre preoccupato di una sintesi intelligente, equilibrata e rispettosa di tutti, anche le posizioni apparentemente minoritarie sono in grado di agire da protagoniste se capaci, meglio di altre, di leggere la complessità e formulare proposte credibili per rendere migliore la vita delle donne e degli uomini del nostro paese.
Se questa di una rinnovata significatività è la sfida che i cattolici dovranno provare a vincere nell’uno e nell’altro schieramento (anche a partire dalla consapevolezza di una esiguità numerica forse inedita nell’Italia repubblicana), il Partito Democratico diventa anche la migliore opportunità per rilanciare uno stile di presenza dei laici cristiani in politica.
Davanti alla tentazione di un impegno nella società neo-integralista, senza mediazioni, “in nome della fede”, i cattolici democratici del centrosinistra (popolari, cristiano sociali, singole personalità ma anche le ulteriori esperienze che auspicabilmente potranno aggiungersi), sono chiamati, infatti, a testimoniare la maggiore efficacia e libertà di un’azione condotta, come ricordava Maritain “a titolo di cittadini della città temporale e non a titolo di membri della Chiesa”.
E se sarà necessaria un’azione sempre più unitaria fra i diversi filoni che si riconoscono in questo stile tutto ciò appare più facile da realizzarsi in un contesto ampio e rinnovato, in cui scegliersi e ritrovarsi per le risposte comuni da dare alle sfide del futuro piuttosto che in nome delle anche recenti appartenenze.
Con un’avvertenza. Si illuderebbe chi pensasse che la rilevanza del cattolicesimo democratico possa basarsi solo su una pur necessaria “riorganizzazione delle truppe” e su una più efficace riproposizione di alcune battaglie oggi, comunque, forse più attuali di ieri.
Il respiro corto della nostra azione negli ultimi anni nasce, infatti, anche dall’aver smarrito i fili che legano la prassi nelle istituzioni ad una solida ed aggiornata esperienza di pensiero, e dall’aver disperso un patrimonio di reti e di rapporti con pezzi di società da cui trarre idee, partecipazione appassionata e nuovo personale politico. Bisogna ricominciare ad elaborare cultura politica, ad organizzare luoghi qualificati e strutturati di pensiero sulle sfide che la contemporaneità ci presenta, investire in progetti strategici di medio periodo e su una comunicazione in grado di rappresentare la modernità del nostro stare in politica.
Oggi anche le rare vocazioni alla politica che nascono nelle comunità cristiane, non trovandoci “sul mercato”, rischiano di rivolgersi a semplificatorie e rischiose appartenenze teo-politiche. Se sapremo raccontare, invece, anche attraverso un sistematico “giro d’Italia”, la cultura cattolico-democratica come una cultura “giovane” di idee, di passioni e di generosità personali, sarà possibile liberare verso la buona politica le tante energie di singoli e di generazioni che oggi non si sentono coinvolti, e regaleremo al Partito Democratico radici salde e occhi nuovi per il futuro.







  
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