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LIEVITO N° 26, Novembre 2008

Un ricordo di Leopoldo Elia: l'iniziativa mercoledì 5 novembre a Roma


Roma - La Fondazione “Persona, Comunità,
Democrazia” promuove un incontro commemorativo del prof. Leopoldo Elia, nel giorno trigesimo
della sua morte, mercoledì 5 novembre alle ore 17 presso la Sala del Refettorio
nella Biblioteca della Camera
dei Deputati (Roma, Palazzo S. Macuto).

Un momento per ricordare la sua
straordinaria personalità di giurista insigne e raffinato ma anche di uomo politico
lungimirante e aperto sempre al dialogo.

All’incontro che sarà presieduto
dall’on. Sergio Mattarella,
interverranno l'on. Pierluigi Castagnetti, il prof. Marco
Olivetti, il prof. Franco Pizzetti e il prof. Paolo Ridola.



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Il cuore delle democrazie


di Luigi Giorgi


Andrea Manzella ha scritto su
Repubblica del trionfo dell’esecutivo sul legislativo, soprattutto da parte di
questo governo. Il problema è serio, perché le assemblee repubblicane rischiano
lo svuotamento (e non da adesso, è un trend che dura da tempo). Il fenomeno è
figlio, oltre che di tecniche elettorali e politiche, del clima di emergenza e
di “eccezione” che avvolge ormai il nostro paese. Grazie a ciò l’esecutivo ha
assorbito, usiamo un eufemismo, in modo importante, e speriamo non definitivo,
il legislativo. Ha scritto Giorgio Agamben: «Il parlamento non è più l’organo sovrano cui spetta il potere esclusivo
di obbligare i cittadini attraverso la legge: esso si limita a ratificare i
decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico
la Repubblica non è più parlamentare, ma governamentale».
Evento che, osserva lo stesso Agamben, sta passando del tutto inosservato
nell’opinione pubblica. Come nasce tale costume di governo ? E’ la politica che
lo ritiene necessario o vi è spinta da una società paurosa e in crisi ? Le
società ricche dell’occidente, come la nostra, quando entrano nel cono d’ombra
della crisi (sia essa economica che di punti di riferimento culturali e
politici), preferiscono Hobbes a Locke, privilegiano il Leviatano anche a costo
di perdere, temporaneamente si spera, alcune delle conquiste e dei diritti
acquisiti con gli anni: auctoritas, non
veritas, facit legem
. E la politica molte volte si accoda acriticamente
agli umori popolari: l’attuale legge elettorale e l’idea di federalismo fiscale
ne sono, a mio giudizio, una prova.

La prima nasce, oltre che da
un’operazione spregiudicata e di parte, sulla scia di un’idea di società e di
politica ben precisa da trasmettere: la politica non perde più tempo in inutili
beghe, ma decide e sceglie, dà più spazio al momento esecutivo; il secondo, al
di là di necessità nazionali e interessi di piccoli partiti (seppur
determinanti a livello
nazionale) dà l’illusione di avvicinare il governo al
cittadino e di accorciare la distanza fra la deliberazione e l’attuazione.

La società di oggi così veloce,
eppure così complessa, cerca e richiede anche con “forza” la capacità di
decidere. Nonostante la complessità di un tessuto sociale frammentato tende ad
allontanare e semplificare le mediazioni. E’ per questo in pericolo la nostra
democrazia ? Ci troviamo di fronte a fenomeni che anche in paesi nei quali
l’esecutivo è sicuramente più forte del nostro non generano alcun tipo di
pericolo democratico. Il problema è che da noi essi si manifestano in un
assetto istituzionale e costituzionale pensato per altro, dove, oltretutto, gli
organi di garanzia e di controllo si muovono secondo dinamiche “orizzontali”
più che “verticali”: più di semplice controllo che anche di sanzione. Il
problema sorge quando si resta in mezzo al guado e non si ha la capacità o di
andare avanti o di conservare e aggiornare l’esistente. Molti affermano poi che
l’Italia, essendo un paese fondamentalmente di destra e qualunquista, potrebbe
assecondare, quando già non lo fa, forme di governo basate su un “autoritarismo
moderno”. Mi sembra un’opinione che può “confortare” (dopotutto l’Italia è
così, il refrain che si ama ripetere) sia da una parte che dall’altra, ma non è
sufficiente. D’Alema ricordava che solo una “tecnica elettorale” aveva permesso
al centro sinistra di vincere le elezioni. Cosa è mancato però per trasformare
un’abile tattica di coalizione in una robusta base politica che ci permettesse
di ripetere la stagione di governo e di creare un sistema politico –
istituzionale in grado di dare stabilità e alternanza ? Mi sembra indicativo ed
interessante quanto scriveva Vittorio Foa tempo fa, parlando della sinistra,
sviluppando però considerazioni a mio giudizio ancora oggi valide per tutto lo
schieramento riformista. «Mi domando se
ha ancora qualche senso –
scriveva
il proposito di rifondare la sinistra, e per che cosa ? Una volta riscritto un
codice della sinistra sapremo finalmente cosa fare ? Non è meglio non perdere
altro tempo e decidere subito cosa fare, poi ci penseranno i futuri a dire se
era di destra oppure di sinistra ?
».

Il cattolicesimo democratico è
interrogato, con forza, da tutta questa serie di problemi. Esso dovrà avere, o
quantomeno cercare di avere, un ruolo propulsivo e propositivo, in grado di
guardare al paese nella globalità dei suoi problemi, in grado di proporsi come “cultura
politica” capace di intervenire con forza su argomenti cardine della politica
nazionale. Anche sui temi legati ad una repubblica “governamentale” sempre più
attuale e che interroga il dettato costituzionale come mai era stato fatto: come
deve comportarsi il credente di fronte ad un “Cesare” così spregiudicato ?   








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