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I CATTOLICI AL VOTO: L’ANALISI DI PADRE SORGE «In Italia si continua a parlare di «voto cattolico». Occorre dire che si tratta di una terminologia del tutto impropria. Infatti, andare a votare è un dovere laico, come laici sono lo Stato, i partiti e la politica. Ciò detto, è chiaro che i cattolici nell'adempiere il loro dovere civico hanno un contributo proprio da offrire: quel personalismo comunitario ispirato ai valori cristiani che va tradotto in proposte politiche laiche e condivisibili da tutti, da ricercare insieme attraverso il dialogo e secondo le regole democratiche. È quindi sbagliato contrapporre «cattolici» e «laici» in politica, dove non ha senso il confronto confessionale». È questo la parte iniziale dell’editoriale Il «voto cattolico» firmato da Bartolomeo Sorge nell’ultimo numero di “Aggiornamenti Sociali” (aprile 2008 – anno 59). Il direttore della rivista dei gesuiti evidenzia tre aspetti per «un voto cattolico coerente e consapevole» nelle elezioni del 13-14 aprile: «nessun partito è legittimato a presentarsi come cattolico» visto che i programmi sono tutti «più o meno simili» bisogna far attenzione soprattutto alla filosofia politica a cui i partiti si ispirano» e, mancando il voto d preferenza «è importante guardare soprattutto alla affidabilità politica e all'onestà morale dei leader, che hanno dato la loro impronta alle liste». Leggi su www.aggiornamentisociali.it l’editoriale.
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LA NUOVA TENDA di Pierluigi Castagnetti (*) Il Partito democratico è il mio quarto partito. Prima la Dc, poi il Ppi, poi la Margherita e ora, appunto, il Pd. Si potrebbe fare dell’ironia o del moralismo o, persino, della lettura psicanalitica, poiché io sento di non essere né un trasformista né un opportunista. Sento cioè di avere messo un vestito nuovo quattro volte, senza mai aver rinunciato ad essere ciò che sono. Una forma di “gattopardismo”? No. Non si è trattato mai di un “cambiare per non cambiare”, ma di un cambiare per poter essere e poter fare. E, dunque, per poter rispondere ai cambiamenti dei tempi. Poiché la politica è l’arte di stare dentro al proprio tempo per poterlo, per quanto possibile, “orientare”. In ogni caso non si è mai trattato di scelte personali, ma sempre collettive. Insieme si è deciso di smontare una tenda e di montarne un’altra, un po’ più in là, un po’ più avanti. La tenda è una metafora che mi sembra adatta a descrivere una stagione che impropriamente è stata chiamata seconda repubblica. Nel 2008 eleggiamo il parlamento della XVI legislatura repubblicana con simboli di partiti tutti diversi da quelli del 1992 (le ultime elezioni della precedente stagione politica) ma diversi addirittura da quelli delle ultime elezioni di meno di due anni fa. La tenda è, dunque, anche la metafora appropriata a recuperare la dimensione della provvisorietà, cioè della strumentalità dei partiti. Per vari decenni ci si era abituati ad abitare partiti-casa e addirittura partiti-chiesa, costruiti attorno a ideologie che si presentavano con il carattere della solidità e della durabilità. Poi, d’improvviso, tutto è crollato ed eccoci ora dentro i partiti-tenda. La tenda è meno protettiva anzi dà proprio il senso della precarietà e del cammino. “Perché gli uomini vanno girovagando invece di starsene fermi?”, si chiedeva Bruce Chatwin. Io credo perché il viaggio è iscritto nella natura dell’uomo. In ogni caso, il passaggio dal partito-chiesa al partito-tenda è stato salutare perché ha dato alla politica quel carattere di sobrietà che le mancava. Anche se, bisogna ammetterlo, i traslochi sono sempre faticosi. Io, per continuare con la metafora, ne sono stato protagonista a vario titolo di due, quello del passaggio della Dc al Ppi e quello dal Ppi alla Margherita, mentre nel terzo (dalla Margherita al Pd) non ho avuto ruoli particolari quantunque l’abbia condiviso. Ognuno di questi traslochi è stato costoso non solo emotivamente. Sia perché i traslochi pongono problemi di ambientamento nella nuova “sede”, sia per le difficoltà a convincere del passaggio l’intera famiglia, e si sa che le incomprensioni e i dissapori familiari fanno soffrire assai, soprattutto quando ci si vuole bene. “Con me percorrete sempre degli inizi”, era solito dire ai suoi discepoli un grande mistico del IV secolo, Gregorio di Nissa. Mi ritrovo in questa immagine e mi capita di ripeterla frequentemente ai miei amici che a loro volta mi obiettano: “ma, non deve essere brutto nemmeno continuare il percorso una volta che lo si è iniziato”. Sì, è vero. Anch’io sento l’esigenza di cammini meno brevi e inizi meno frequenti. Questo è l’augurio che rivolgo volentieri al Partito democratico: una ragionevole e gioiosa durata. E l’augurio a me pare fondato su una possibilità realistica. Il Pd non è ancora, infatti, un partito compiutamente formato, ma è sicuramente ben impostato. Ha tutte le caratteristiche per essere forma politica organizzata adeguata a ciò che oggi la gente chiede: solidità culturale, capacità di internalizzare e far coabitare le diversità, attitudine al dialogo con la modernità, concretezza della proposta politica. Insomma, luogo adatto per viverci in modo rispettoso e rispettato per tutti, per credenti, diversamente credenti e non credenti. Il Partito democratico, sin dalle prime fasi della sua gestazione, sembra aver attivato un processo di trasformazione piuttosto profonda del paesaggio politico italiano e generato curiosità o apprensioni in vari ambienti, in particolare in una parte dell’area sociale che siamo soliti definire “mondo cattolico”. Mi intrigano molto, e da sempre, le questioni riguardanti le modalità di presenza dei cattolici nella vita politica italiana, e sento particolarmente oggi la responsabilità, non fosse altro per i ruoli ricoperti negli ultimi anni, di contribuire a fornire qualche rassicurazione e di aiutare quanti manifestino un interesse a percorrere una analisi ed un ragionamento. Mi riferisco espressamente a quanti guardano con qualche incomprensione e anche preoccupazione alla presenza della Chiesa e dei suoi fedeli in questo particolare segmento della storia italiana. È difficile capire il cattolicesimo politico se non si comprende che il laico cristiano per agire l’esperienza politica deve affrontare difficoltà che altri non conoscono. La fede religiosa non è infatti una opzione culturale come può essere quella della tradizione liberale, o socialista o ambientalista. È vero che dal cristianesimo è stato possibile dedurre storicamente – per merito in particolare di uomini come Sturzo, De Gasperi, Dossetti, Moro ed altri ancora – una tradizione culturale e politica tra le più importanti del secolo scorso. Ma se è vero che quella tradizione, almeno sotto il profilo del metodo – la mediazione e l’autonomia – non è stata superata, è altrettanto vero che sotto il profilo dei contenuti è stata ampiamente spiazzata dalla velocità con cui il progresso scientifico e quello economico stanno ponendo alla politica problemi assolutamente inediti. E, dunque, senza più il “prezioso cuscinetto” di una tradizione culturale e politica ispirata ma separata dal Magistero, l’impegno politico dei laici cristiani pone sempre più in termini severi l’esigenza di conciliare due “appartenenze”, entrambe a loro modo assai esigenti. L’appartenenza a una “comunità di opinione” (come l’ha definita una volta il cardinale Ratzinger) e l’appartenenza ad una comunità statuale. Non ci sono altri esempi di simile, peraltro trasparentissima, doppia appartenenza, non semplicemente a una cultura, ma a una “comunità” e a un’altra “comunità”. Di per sé la cosa non dovrebbe risultare particolarmente complicata, perché entrambe le comunità perseguono il bene dell’uomo, cioè di tutti gli uomini appartenenti alla stessa compagnia dei viventi seppure abbiano diversi statuti fondativi: l’una di derivazione divina, l’altra di ideazione umana. Entrambe hanno un forte riferimento normativo: l’una il Vangelo, l’altra la Costituzione. L’una e l’altra sono, ognuna nel proprio ordine, indipendenti e sovrane. E, peraltro, può accadere che tra l’una e l’altra si determinino incomprensioni, contenziosi e sinanche conflitti. In tali casi il ruolo dei laici che vivono la doppia appartenenza può risultare particolarmente prezioso su entrambi i lati. Questa è la ragione che ha ispirato la cosiddetta “dottrina dell’autonomia” che il Magistero, sia quello pontificio che quello collegiale dei vescovi (espressosi massimamente in sede conciliare), ha elaborato per definire il ruolo dei laici cristiani dentro il secolo, cioè dentro la storia. Proprio grazie a tale specifica responsabilità i laici cristiani politicamente impegnati non hanno mai vissuto la doppia appartenenza come un limite, semmai come una ulteriorità preziosa per l’ascolto del respiro della società e la promozione della libertà. Una ulteriorità che aiuta anche la lettura dei segni dei tempi e della storia e, dunque, delle res novae. E che, non di meno, favorisce la scelta degli strumenti più adatti ad aiutare il cammino della storia, fra i quali sicuramente vanno collocati i partiti. C’è stato un tempo in cui i cristiani si sentivano più rassicurati a giocare nella stessa squadra (il cosiddetto partito a ispirazione cristiana). Poi sono arrivati i tempi in cui le “paure esterne” sono evaporate quando i veri e i presunti aggressori sono stati sconfitti dalla storia, e allora i cristiani hanno pensato bene di prendere il largo nel mare della compagnia degli uomini, abbandonando partiti identitari e cooperando con altri per fare nascere partiti non più ideologici. Non “chiese” ma tende. Essi si sono sentiti più liberi e hanno conseguentemente liberato anche la Chiesa dall’onere di riconoscerli e sostenere – in una qualche misura – come suoi rappresentanti. La Chiesa si è trovata così nella felice condizione di non sentirsi condizionata e coinvolta dalle posizioni di un determinato partito, e di poter dialogare con tutti e proporre a tutti le proprie ragioni a difesa di valori e principi importanti per la vita degli uomini. I laici cristiani si sono “mescolati” insieme agli altri uomini senza dimenticare la loro doppia appartenenza. Se in un primo momento il “di più” di libertà ha appagato sia i laici che la Chiesa, con il passare del tempo, e siamo così alle vicende degli ultimi anni, la crescente “sporgenza” della Chiesa nell’area della politica ha finito per offrirle la sensazione di una propria maggiore rilevanza, ma anche la consapevolezza che la percezione sociale della sua alterità andava riducendosi. E ai laici cristiani impegnati in politica ha determinato un restringimento – di fatto – del loro specifico spazio di autonomia e responsabilità. Il Pd nasce in questo contesto. La fatica dei laici cristiani che, concorrendo a far nascere il Pd, hanno accettato la sfida ed il rischio di una convivenza con donne e uomini di diversa estrazione culturale, nella convinzione che ciò serva all’obiettivo del bene comune, è oggettivamente cresciuta così come lo è la sensazione di una certa solitudine stretti, come si trovano ad essere, fra la diffidenza della loro Chiesa che dubita della loro adeguatezza a giocare nel nuovo contesto una qualche rilevanza, e la diffidenza di alcuni nuovi compagni di strada che non riescono a darsi ragione della loro “differenza”. Un giorno Jacques Delors mi confidò: “la Chiesa diffida di me perché sono entrato nel Partito socialista, e i socialisti diffidano di me perché sono credente. È un mestiere davvero difficile quello del cristiano che vive la propria responsabilità nella storia!”. A volte viene da pensare che la caduta del secondo governo Prodi sia stata salutata con sollievo sia da una parte della Chiesa italiana, sia da una parte del mondo laico (della finanza, della cultura, della politica) perché individuata come la fine di una modalità di presenza in politica del laicato cattolico che – dal partito di Sturzo in poi – viene definito cattolicesimo democratico, e che sempre ha provocato diffidenze. Se così è, io credo che sbaglino entrambi, perché sia la Chiesa che lo Stato hanno oggi più che mai bisogno l’una dell’altro e, soprattutto, è necessario che l’una e l’altro recuperino gli spazi di una reciproca autonomia e insieme di una reciproca cooperazione. E hanno bisogno del ruolo di cerniera esercitato proprio da laici cristiani maturi e competenti. Io penso che sia giunto il momento di rifondare una nuova cultura cattolica democratica, cioè una cultura cristianamente ispirata e sinceramente e convintamente fedele al metodo democratico. Vengono alla mente, in quest’anno in cui commemoriamo il 30° anniversario del suo sacrificio, le parole chiare, pacate e profondamente cristiane di Aldo Moro, il quale parlando del rapporto fra valori religiosi e azione politica, diceva: “i dati della coscienza morale e religiosa sono costretti a compiere un salto qualitativo quando essi pensano di esprimersi sul terreno del contingente (…). Anche per non impegnare in una vicenda così estremamente difficile e rischiosa l’autorità spirituale della Chiesa, c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica, chiamati a vivere il libero confronto della vita democratica in un contatto senza discriminazioni”. E ancora: “l’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”. A me pare che queste parole rendano in modo straordinariamente efficace il senso della fatica che questo tempo richiede ai laici cristiani, impegnati in politica non “in nome della fede ma a causa della fede” come era solito dire Benigno Zaccagnini. E rendano anche ragione della decisione ardita e ineludibile di una parte di essi di dar vita oggi a questo nuovo soggetto politico pluralista: il Partito democratico. I loro compagni di strada dovrebbero rendersi conto della fatica che comporta sempre e particolarmente oggi la doppia appartenenza, e non considerarla con supponenza come affare che non li riguarda, perché alla fine li riguarda. E, io aggiungo, per fortuna! Dall’altra parte è augurabile che anche nella Chiesa non si manifesti nei confronti di questi laici cristiani la tirchieria di una carità e di una vicinanza sinora negate. Dopo tutto alla Chiesa dovrebbero essere preziosi i fedeli che assumono in proprio il rischio affascinante del traffico virtuoso dei talenti ricevuti in dono, e ne fanno occasione di riversamento dei risultati nella comunità dei fratelli nella fede. La Chiesa dovrebbe riconoscere, io penso e spero, il valore del lavoro appassionato e competente che taluni laici cristiani sviluppano a fianco di fratelli non credenti, per costruire una città terrena più accogliente e abitabile per tutti. In questo libro c’è qualche traccia, assai modesta, di questo cimento, che altri cristiani invece rifuggono, appagati e protetti nella bambagia della conservazione e della difesa di tempi, strumenti e modalità operative, che – purtroppo o per fortuna – non ci sono più.
(*) Introduzione al volume: "La nuova tenda" di Pierluigi Castagnetti (Diabasis - marzo 2008). http://it.youtube.com/watch?v=KuEVU-SxUT0 http://www.pierluigicastagnetti.it/2008/04/la-nuova-tenda/
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