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LIEVITO N° 14, Luglio 2007
PD E CATTOLICI , IL CONTRIBUTO DEI POPOLARI PER LE  PRIMARIE

Il Partito democratico nasce per rigenerare la democrazia italiana e non certo per garantire la sopravvivenza di un ceto politico 
    Se fallisse l’obiettivo vi sarebbe il rischio concreto che altri uomini con altri mezzi e scarsa fede democratica assumessero la missione di mettere ordine e “dare efficienza” al sistema. La novità del Partito democratico non risponde dunque ad un’esigenza di estetica democratica ma di essenza democratica. In questo senso “I Popolari” avvertono la responsabilità di un impegno in linea con la storia del movimento di cui sono eredi, mettendo a disposizione quanto della loro cultura politica può servire a dare basi solide alle cose nuove che si annunciano, quantunque in modo ancora troppo generico, con la preoccupazione di non limitarle o gravarle del peso di altre stagioni storiche. La presenze alle primarie del 14 ottobre 2007 di ben quattro candidati che provengono dalla tradizione del cattolicesimo democratico (Franceschini in coppia con Veltroni, Bindi, Letta e Adinolfi), può essere vista come un punto di debolezza, poiché di frammentazione, o come un punto di forza, poiché espressione di una capacità matura e libera di partecipare al “gioco” della democrazia. L’Associazione “I Popolari” è fiduciosa che il pluralismo delle candidature rappresenti una ricchezza e un completamento e si impegna a lavorare perché la competizione non sia lacerante soprattutto in periferia dove è più alta la sensibilità e la domanda di unità. Essa si sente impegnata in primo luogo a promuovere la partecipazione alle elezioni primarie aiutando in particolare alcune aree del mondo cattolico a superare taluni atteggiamenti di diffidenza e indifferenza verso il centro sinistra che finirebbero per impoverire la prospettiva del nuovo soggetto politico. Le elezioni primarie evocano infatti la partecipazione dell’opinione pubblica alle scelte politiche, in alternativa al modello che assegnava all’apparato dei partiti il potere di imporre le proprie scelte alla società civile. Il successo di questa sfida è dunque legato ad un alto grado di partecipazione. E, peraltro, perché la partecipazione non si riduca ad un mero agonismo giocato solo sui nomi dei candidati, occorre che il tempo che ci separa dal 14 ottobre sia utilizzato per definire con sufficiente nettezza l’idea di partito, il suo modello organizzativo, i suoi riferimenti culturali oltrechè la sua missione politica.

Il modello partito deve essere organizzato intorno al principio di autentica democrazia interna
    Non un partito personale popolato di dirigenti cooptati dal “principe” anziché selezionati sulla base di criteri condivisi che premino la qualità politica, la competenza, l’esperienza e lo spessore etico. Non dovrà essere un partito evanescente, un partito-corte o un partito-pretesto o un partito-comitato elettorale, tutti modelli affermatisi in altre democrazie o più fragili o più consolidate della nostra, in cui (come negli Stati Uniti) una diffusa coscienza civica rappresenta un robusto sostrato di cittadinanza attiva a cui i partiti possono limitarsi ad attingere consenso formale nelle sole occasioni elettorali. Qui in Italia, dopo la fine delle ideologie, che tanto peso hanno avuto nell’ordire il tessuto democratico del dopoguerra e la lunga campagna antipolitica prodotta dal berlusconismo, è necessario ricreare i presupposti e le condizioni di una nuova coscienza civica e di una nuova etica pubblica, anche attraverso la democrazia agita all’interno dei partiti.

Le primarie eleggono il leader del partito e non il premier
 
     Questo deve essere ricordato con forza. Qualcuno dei discorsi sinora sviluppati ha insinuato il dubbio che le primarie siano finalizzate ad eleggere il premier. Può anche accadere che le condizioni politiche che andranno definendosi nella coalizione di centrosinistra nella prossima legislatura consentano la coincidenza delle due funzioni di segretario e di primo ministro. Si vedrà poi. Se già oggi però le primarie fossero utilizzate per eleggere il candidato primo ministro anziché il segretario del partito, il partito rischierebbe di non nascere.  

La Costituzione deve continuare ad essere difesa nel suo impianto e nei suoi principi fondamentali
        E’ la missione principale del partito democratico che non può essere lasciata ad altri, oltretutto perché, nell’evidente difficoltà di definire ragioni nuove di identità e di appartenenza, la nostra Carta offre al nuovo partito la possibilità di disporre di una base valoriale solida, condivisa e moderna. E assicura altresì gli argini contro il rischio di possibili derive indotte da suggestioni politologiche contemporanee troppo temporanee e inconsistenti. Lì c’è tutto ciò che serve: la centralità della persona, il principio di uguaglianza, il diritto-dovere al lavoro, la solidarietà fiscale, il ripudio della guerra, la laicità dello stato, il rifiuto dell’agnosticismo etico dello stato, il federalismo, il carattere parlamentare della repubblica e, dunque, la negazione di ogni tentazione presidenzialistica (peraltro confermata anche dal referendum costituzionale del 2006). In particolare, il tema della pace, così centrale nell’ispirazione della nostra Carta, deve rappresentare un punto irrinunciabile della missione del Pd, se è vero che per noi il nome della “pace” è l’altro modo di definire quello della “politica”.

La nuova “questione cattolica” non è questione confessionale ma questione democratica
   Su questo il Partito democratico deve riflettere seriamente, senza nascondersi la verità e le difficoltà. Occorre partire dalla constatazione che una parte importante dell’area sociale che si è soliti definire mondo cattolico è oggi più diffidente verso il centrosinistra. Non possono consolare i sondaggi che dicono – poiché in Italia la percentuale dei battezzati continua ad essere altissima – che la distribuzione del consenso politico dei credenti è pressoché proporzionale fra tutti i partiti. Esiste infatti un’area sempre più strutturata che negli ultimi anni è andata compattandosi intorno al progetto culturale e alla cosiddetta “questione antropologica” proposti dalla Chiesa italiana, fatta di persone che operano in modo attivo nelle parrocchie, nei movimenti e nell’associazionismo, il cosiddetto mondo cattolico, che rappresenta una sorta di “nuovo blocco sociale” con cui non è possibile rifiutarsi di fare i conti. Grosso modo sono le persone che credono alla necessità di un nesso fra fede e politica e che nelle elezioni scelgono in base alla percezione e alla valutazione di tale nesso. E’ il consenso di costoro, che ha fatto la differenza positiva e in certo modo naturale (per la sensibilità sui temi della giustizia, della lotta alla povertà e dell’impegno per la pace) nelle elezioni del 1996, che sta oggi affievolendosi con conseguenze da un lato per la Chiesa italiana che si vede sempre più suo malgrado sbilanciata verso il centrodestra rischiando di divenire essa stessa parte, e dall’altro per il bipolarismo italiano trovandosi poco rappresentata nel polo di centrosinistra quella riserva etica e di pensiero costituita dal mondo cattolico. Ciò può favorire la possibilità che anche nel Partito democratico prenda piede una concezione della laicità dello stato basata sul “privatizzazione della fede”, non già tra i gruppi dirigenti politicamente avveduti quanto alla base. Alla destra il problema non si pone perché non c’è consuetudine a discutere e a porsi problemi. A sinistra invece, dove resiste un positivo retaggio di capacità critica e dialettica, il problema è molto dibattuto e vi è il rischio che – caduti i vecchi ancoraggi ideologici – il tema della laicità venga assunto in termini pregiudiziali e in certa misura ideologici. Può cioè accadere che la domanda di “privatizzazione della fede” porti a criticare non solo il diritto-dovere della Chiesa di pronunciarsi sui temi di rilevanza pubblica, ma la stessa correttezza di comportamento degli uomini politici credenti sospettatati di essere troppo condizionati dalla propria fede. Senza rendersi conto che, se è vero che la scelta dei parlamentari credenti ad esempio sulla legge 40 è stata fortemente ispirata dalla loro fede, nondimeno il voto di chi ha contrastato quella legge è stato fortemente ispirato dalla propria cultura di riferimento, piuttosto che da un vero principio di laicità dello stato. Il quale non può mai identificarsi con una pretesa neutralità e un’assoluta estraneità valoriale dello stato medesimo (la Costituzione ne è la dimostrazione), che, ove fossero affermate, finirebbero di fatto per mascherare una ben precisa opzione, per di più sottratta in tal modo alla sfera della decisione pubblica. Questo è un problema molto serio che poniamo all’attenzione di tutti i canditati, non credenti e credenti, perché il carattere pluralistico del nuovo partito è legato al reciproco riconoscimento del diritto dovere di ognuno di portare in politica l’unità del proprio pensiero e la coerenza dei propri comportamenti. Fermo restando il dovere di ognuno di cercare sempre per quanto possibile – in ciò essenzialmente consiste la tradizione del cattolicesimo democratico – un punto di mediazione virtuoso e rispettoso della specificità e dell’autonomia della responsabilità politica. Ciò suggerisce peraltro la necessità per il Partito democratico non solo di aprire un dibattito su tali questioni, ma di cercare di definire una propria politica ecclesiale, vale a dire di attenzione e intelligenza di ciò che è venuto modificandosi nella cattolicità italiana, per le conseguenze e il significato storicamente ineludibile della forte presenza della Chiesa cattolica in Italia.

“La famiglia vera scuola di libertà e delle sue virtù” (J.S. Mill)
     E’ il caso di richiamare queste parole di un maestro del pensiero liberale per riaffermare la necessità di ricentrare le politiche dei diritti e di welfare in genere intorno alla famiglia, non già per una concessione al mondo cattolico quanto per una necessità oggettiva del paese. Lunghi anni di relativismo culturale e di ideologismi antifamilistici hanno lasciato sul terreno della cultura ancora dominante un sedimento di pregiudizio e diffidenze verso le politiche di sostegno famigliare, nella migliore delle ipotesi accolte fra le tante possibili linee di intervento in materia sociale. Sfugge infatti o è del tutto sottovalutata da questa impostazione l’importanza insostituibile della famiglia per la riconnessione dei legamenti sociali, la ricostruzione della fiducia e della speranza nel futuro, oltrechè del ruolo che essa può svolgere nella preparazione alla vita, alla responsabilità e alla cittadinanza attiva e critica delle nuove generazioni. Se non è necessario essere credente per condividere tutto ciò – come è dimostrato dalla politiche adottate in questa direzione dalla maggior parte delle democrazie europee – è invece necessario abbandonare quei residui culturali di “antifamilismo di fatto”, per fare del sostegno alla famiglia il cardine di una nuova strategia di governo.

Della “corrente” cattolico democratica all’interno del Pd si parlerà in un secondo tempo
     E’ evidente che l’obiettivo oggi è quello dell’unità del nuovo partito, cioè della sua compattezza realizzata anche attraverso un processo di cosiddetta mescolanza. E, per chi ha a cuore i temi indicati in precedenza, il compito principale è quello di orientare tutto intero il partito ad una precisa assunzione di iniziativa e responsabilità. Dall’esito di questo processo dipenderà ogni decisione in merito all’opportunità o meno di fare coordinamento e struttura fra quanti condividono l’esigenza di offrire nel Pd rappresentanza agli elettori credenti che optano per il centrosinistra come luogo politico più idoneo per far convivere le ragioni della fede con quelle della cittadinanza.

In questo spirito, l’Associazione “I Popolari” si propone come laboratorio e sentinella, formalmente esterna ma seriamente coinvolta nel processo costituente del Partito democratico, perché la coraggiosa scommessa che ne ha generato l’idea possa avere successo duraturo.


 
 
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