L'uomo che inventò l'Ulivo
Beniamino Andreatta è scomparso lunedì 26 marzo. Per ricordare l'ideatore e costruttore dell’Ulivo di seguito proponiamo alcuni articoli di chi lo ha conosciuto molto bene. Un modesto omaggio ad una figura straordinaria e per molti aspetti unica nel panorama accademico e politico italiano. Produttore di pensiero nuovo sia nella ricerca economica sia nella esperienza della politica.
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Non c'è nulla di più sconvolgente della verità
di Paolo Giuliani
«La verità, niente di più sconvolgente». E’ la frase inserita nel frontespizio del ricordo funebre che la famiglia di Nino ha predisposto per il giorno dei funerali. Una frase impegnativa che riporta al 1983 quando Andreatta è capolista per la Democrazia Cristiana per il rinnovo della Camera dei Deputati. E’ il numero uno come lo fu nella precedente elezione Benigno Zaccagnini nella stessa circoscrizione da Bololgna verso la romagna. E questa successione nella composizione della lista è per Nino motivo di orgoglio. In questa circostanza, il più significativo strumento di propaganda elettorale porta proprio il medesimo frontespizio con la stessa frase: già un messaggio forte per rinnovare la politica. Andreatta è stato un uomo sincero che amava la verità; la verità come comportamento di vita innanzi tutto verso se stesso, ma anche verso gli altri e soprattutto nei confronti di quell’insieme di sensibilità, culture, modi di agire, eccellenze e mediocrità che è la politica: così come sono gli uomini e le donne che cercano di realizzarla. Ricordava spesso come avesse tratto grande insegnamento da Dossetti il quale proiettato inaspettatamente nell’agone politico-amministrativo del Consiglio Comunale di Bologna a metà degli anni sessanta diceva ai suoi colleghi consiglieri” dobbiamo operare e comportarci in ogni occasione, su ciascun tema da trattare con grande verità perché prima o poi la verità si farà strada”. Quando Andreatta si avvia per la vicenda amministrativa bolognese, siamo nel 1985, non aveva incarichi di rilievo a livello nazionale. Si consumava, nei suoi confronti, una sorta di esilio a motivo di un atteggiamento, di rara radicalità , che lo aveva visto pochi anni prima chiedere, intervenendo in Parlamento come ministro del Tesoro, ragioni alla Banca del Vaticano circa le vicende e gli intrecci con il Banco Ambrosiano di Calvi. Era il 1982. Per una giornata Andreatta chiuse il Banco e alla riapertura lo affidò a Giovanni Bazzoli, oggi capo di Banca Intesa-Unicredit. Ma prima di parlare alla Camera sull’intera questione si recò a Monteveglio dal monaco Dossetti che lo consigliò di operare secondo coscienza. Andreatta così fece e in nome della verità disse che il Vaticano doveva chiarire. La, verità niente di sconvolgente, ma a volte dal costo altissimo. I vertici della Dc non condivisero e per Nino seguirono anni di oscuramento. Nel momento di assumere il capolistato per Palazzo d’Accursio, la Dc bolognese attraversava una fase di stanca. ne soffriva e in qualche modo dichiarò ai vertici del Partito la sua disponibilità ad operare per tentare una ripresa che ai più sembrava quasi impossibile. Avviò un vero e proprio cantiere di lavoro che mise a tema sette volumetti ( i famosi librini azzurri) che indicavano le priorità del suo futuro impegno in Comune e quello dei suoi collaboratori quale sarebbe stato il risultato. Inventò un messaggio ed un campo di lavoro che in seguito rimarrà: “il valore delle regole da far rispettare perché la trasparenza amministrativa si affermi a vantaggio dei cittadini”. Confessò che gli era scaturito quasi per caso pensando a come si poteva intervenire in una vicenda poco chiara che stava investendo l’Ufficio Tecnico comunale con risvolti sui quali intervenne anche la Magistratura. Detto aggi sembra cosa da niente, ma allora fece scalpore. Anche qui la “ verità “. Era il mandato amministrativo 1985/1990 quando si varò il Piano Regolatore per la città, tutt’ora in vigore. Da una parte la D.C con 15 consiglieri su 60 ( il più importante risultato elettorale dopo Dossetti) e dall’altra una Giunta di sinistra con Imbeni Sindaco. Andreatta in quel periodo dimostrò cosa e come intendeva lui la politica: grande preparazione, approfondite istruttorie sui temi, massima trasparenza anche nei comportamenti personali .Chi lo ha frequentato ha apprezzato la sua grande bontà e umanità, doti che nell’azione politica si completavano di un rigore intellettuale e morale da lasciare sbalorditi e ammirati anche gli avversari. Non concedeva sconti, a coloro che gli erano più vicino gli faceva dono della sua straordinaria intelligenza che affascinava e della sua incredibile capacità di saper uscire da ogni problema, anche il più difficile e intrigato, con una soluzione. E poi la politica staccata dal lavoro personale, diceva “è bene e positivo impegnarsi in politica, ma i ndipendenti economicamente con una occupazione propria”. Vale la pena ricordare come nei cinque anni del suo consiglio comunale avesse chiesto a chi operava professionalmente in materia edilizia di non fare progetti che toccavano in qualche modo la città. E così avvenne. In quel mandato, i socialisti ,in Giunta con il Vice Sindaco, uscirono più volte dall’organo di governo, ma Andreatta non offrì alcuna sponda al Pci bolognese .Seppe ridare al cattolicesimo democratico bolognese l’orgoglio di poter essere utili alla comunità anche da posizioni di minoranza. Tornato all’impegno ministeriale accentua la sua immensa capacità di aprire strade nuove nella pubblica ammistrazione.Quando nel primo Governo Prodi ebbe l’incarico di Ministro della Difesa forse in molti rimasero stupiti.In occasione della Sua morte avendo la famiglia deciso la Camera Ardente nella Caserma della “Brigata Friuli” a Bologna, sono state tantissime le testimonianza di militari, anch’essi forse increduli all’inizio, volte a sottolineare la ventata di rinnovamento portata da Andreatta anche in quel settore per Lui decisamente nuovo. Ma non si limitava a chiedere molto a se stesso, lo chiedeva anche a chi gli era vicino cui donava, con disarmante umanità, una infinità di suggerimenti. Proprio così perché Nino aveva anche questa straordinaria capacità di suggerire, di aiutare con l’aggiunta di un suo ragionamento, di una sua proposta risolutoria.Ecco perché è stato un grande maestro, perché non ha imposto nulla, ma ha saputo suggerire e far crescere. Ha operato da cristiano affinato dalla stagione del Concilio con frequentazioni intensissime con Dossetti .E del monaco di Monte Sole aveva in comune le stesse radici culturali cristiane ed umanistiche che facevano scaturire dalla sua grande Fede una oggettiva responsabilità personale nell’azione politica.
A Dossetti voleva un gran bene. In occasione del secondo anniversario della morte, lo commemorò nel cimitero di Casaglia con parole di una affettuosità unica: in quel momento era Ministro della Difesa e su quella tomba si commosse.
Poi la malattia. Il grazie alla famiglia è un dovere per l’esempio dato con tanta serenità,discrezione ed abbandono ad un disegno divino tanto impegnativo. Ma non poteva che essere così. Hanno affrontato questi sette anni e mezzo di silenzio con il coraggio cristiano. “Noi non sappiamo cosa c’è dietro a questo muro di sonno, per noi poterlo vedere, poterlo toccare, potergli parlare e già tanto. E poi la malattia è una componente della vita”. La moglie Giana ed i figli gli hanno fatto compagnia così. .