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IL PUNTO N° 9, Marzo 2007

Pd, il contributo dei cattolici al nuovo partito
di Giampietro Cavazza
Il contributo dei cattolici nella costituzione del partito democratico suggerisce alcune domande dalle quali prendere spunto al fine di favorire un maggiore approfondimento su un processo che sembra ancora da costruire.
La prima:  l’esigenza del partito democratico è indipendente dal sistema elettorale (maggioritario, proporzionale, alla tedesca, alla francese, ecc)?  La seconda: il partito democratico è indipendente dal fatto di essere maggioranza politica nel paese, ovvero minoranza politica? La terza: il partito democratico è indipendente dalla classe dirigente dei partiti fondatori?  La quarta: coloro che hanno dato vita a questo processo e quanti si stanno facendo coinvolgere di cosa sentono la mancanza? Di cosa hanno nostalgia?
Detto in altri termini il partito democratico attiene ad una scelta strategica o tattica?
Se, come sembra, ci troviamo di fronte ad un processo culturale; se questo processo è animato da una esigenza profonda, da una nostalgia sembra di capire che il tema centrale da affrontare è quello della costruzione di una identità politico/culturale che oggi evidentemente fatica a manifestarsi. Se è così ci si trova di fronte ad una costruzione che ha tempi e modalità di realizzazione di medio/lungo periodo più che di breve periodo.
Oggi, a differenza anche di un recente passato, le persone fanno l’esperienza di riconoscerci solo parzialmente in qualcosa ovvero non si identifichiamo mai al cento per cento: c’è sempre qualcosa che fa dire: “si però”; “non appartengo a nessuno”; “mi realizzo solo in parte” - nel lavoro, nella famiglia, nel volontariato, nella politica.
Questa difficoltà di identificazione riflette un certo senso di insicurezza particolarmente diffuso e accentuato.
Tale insicurezza è generata dall’incertezza cioè dalla difficoltà di previsione del futuro collegata ad una sostanziale disuguaglianza nella società.
Queste disuguaglianze alimentano la percezione di insicurezza da parte delle persone rispetto al pericolo specifico di non farcela, di far fatica per niente, ma soprattutto di sentirsi soli di fronte alle diverse situazioni soprattutto quelle di maggiore difficoltà come la malattia, la perdita del lavoro, la chiusura della propria impresa, l’accesso alla casa.
Un problema analogo è presente anche nel campo economico dove la propensione al rischio imprenditoriale appare tendenzialmente in calo.
Si sottolinea il modo particolare l’ultimo punto: sentirsi soli nelle fasi di transizione da una situazione all’altra.
A questa situazione non è estraneo l’attuale sistema di comunicazione (globale) centrato sul consumo, sul successo e sull’uso della forza come sistema di relazione. E’ proprio lo stesso sistema di comunicazione che detta le regole e sentenzia come e chi ha successo. Da questo si capisce l’importanza del legame fra chi costruisce rappresentazioni della realtà tramite il processo di virtualizzazione e chi collega la politica a questa virtualizzazione e non alla realtà.
È evidente che la via più difficile da perseguire è quella di accorciare il più possibile tale distanza,  tra virtuale e realtà, che però è il solo modo di rispondere più efficacemente al problema dell’insicurezza sopra accennato.
Quinta domanda: in questa situazione, che ha connotazioni strutturali, come si deve porre il partito democratico?
In termini sintetici si potrebbe dire che: il PD è chiamato a definire il proprio posizionamento strategico, cioè quell’aspetto/caratteristica che gli consente di differenziarsi dagli altri partiti, di essere ricordato e di essere scelto individuando scelte di ampio respiro relativamente alle proprie finalità, alle proprie strategie, al valore aggiunto che intende offrire. Tutto ciò tramite il coinvolgimento a livello di realtà locali di base soprattutto stando attenti a mantenere un certo grado di coerenza fra tutti questi aspetti. Risultano fondamentali la condivisione e la coerenza funzionale al fine della costruzione di una identità collettiva.
Allora la costruzione del partito democratico non può essere l’esito di un discorso solo razionalista, ci vuole anche il cuore.
Arriviamo così alla sesta ed ultima domanda: in questa dinamica ci può essere un apporto specifico da parte di un gruppo di cattolici nel cosiddetto centrosinistra?
In prima battuta occorre dire che riflettere sull’identità dei cattolici, sull’identità di una presenza di cattolici in politica, non è assolutamente in contrasto con la prospettiva della costruzione del PD nel quale si incontro culture diverse. Infatti se lo si considera un incontro, affinché lo si possa definire tale, esso avviene solo tra persone diverse che hanno una propria identità formata e in formazione, potremmo dire “maggiorenni e vaccinati”. Se così non fosse ci si troverebbe di fronte ad uno scontro, ad un abuso, ad una prevaricazione. Si negherebbe un valore primo quale la libertà.
Allora i cattolici possono portare una propria originale conoscenza dell’uomo nella quale si integrano il corpo e l’anima, l’eros e l’agape, che, come ci è stato insegnato e come dimostra l’esperienza di tutti i giorni, non sono scindibili. Ma soprattutto una conoscenza che contempla il male soprattutto quando si ha a che fare con una materia da maneggiare con cura come il potere. E’ evidente che il male non deve essere usato come una clava contro l’avversario politico ma è un modo con il quale il cristiano guarda soprattutto se stesso. Ad esempio, una espressione di questo male, in particolare nel campo politico, è la tentazione del possesso, della conquista della volontà/libertà dell’altro.
Parafrasando S. Agostino si può dire che esistono due tipi di confronto politico: uno aperto al bene della comunità, l’altro centrato sul dominio fino a ridurre i beni comuni sotto il proprio dominio.
Un altro punto riguarda la consapevolezza che oggi i cattolici, sia di destra che di sinistra, sono minoranza culturale. Ciò rimanda alla necessità di testimoniare le proprie origine con rinnovata vitalità e creatività. Se non si parte da questa constatazione si corre il rischio di presentare un cristianesimo aggressivo, con aspirazioni totalizzanti oppure di rinchiudersi, in maniera infeconda, nel proprio ghetto. 
Nel primo caso, l’uso sbagliato della forza, fa emergere e riemergere reazioni contrarie a diversi livelli le quali, a differenza del passato, posseggono mezzi decisamente superiori. Nel secondo caso si corre il rischio della chiusura, della autosufficienza. 
Si assiste così alla costruzione di un fin troppo facile schieramento ideologico, all’elaborazione ideale di valori, di azioni astratte, di politiche incoerenti piuttosto che la conformità concreta della vita.
Allora assistiamo da una parte e dall’altra al ricorso a formule e approcci giuridici che hanno però l’esito di soffocare le relazioni personali.
L’esito finale è l’inefficacia ma è più probabile che in questo modo si faccia il gioco del male il cui obiettivo è quello di separare l’uomo dalla comunità.
I cattolici in politica, invece, per questa loro ‘passione agapica per l’uomo’, dovrebbero consumarsi in una costante comunicazione interpersonale, dentro e fuori della comunità ecclesiale, la quale in virtù della propria origine inventa linguaggi, gesti, espressioni, segni, simboli nuovi e più belli.
In sintesi si rileva la necessità di partire dalla nostalgia di una identità politico/culturale, combattendo l’insicurezza, aumentando l’equità e la sussidiarietà, adottando un sistema di regole e comportamenti per gestire il potere. 
Con tali premesse nei prossimi mesi si potrebbe lavorare adottando una prospettiva comune rappresentata dalla passione agapica dell’uomo nonché dei punti di riferimento, da contestualizzare, quali equità e sussidiarietà.
Il punto da cui partire è l’insicurezza, la paura di essere solo, acuito dalla crescente disuguaglianza.
Ciò non significa agire sul fronte della sicurezza pubblica, o offrendo solo servizi assistenziali ma agendo anche per non dire soprattutto per costruire, rafforzare tessuto sociale. Ecco un ulteriore motivo per il quale interessa la sussidiarietà.
Quindi equità e sussidiarietà nei diversi ambiti: salute, mercato, welfare, ambiente, lavoro, educazione, globalizzazione.
Un modo di lavorare centrato sulla verifica globale di coerenza necessita dei valori/finalità nuovi che devono affrontare la prova della nuova situazione sociale occorre cioè che siano storicizzati/incarnati. Tali valori devono trovare una loro coerente concretizzazione e coerentemente devono essere l’esito di un percorso condiviso. Devono essere rilevanti, cioè che integrano il piano culturale e quello politico. 
L’esercizio del potere come strumento per il cristiano che conosce la forza ipnotica del potere. Occorre allora trovare gli anticorpi individuali e sociali per contrastare questo virus. Uno di questi anticorpi è a livello di legge elettorale: selezione democratica delle candidature; numero massimo di mandati senza deroghe.
Un secondo anticorpo è a livello della partecipazione silente alla vita ecclesiale di base. Il cristiano in politica sa di essere un mandato e non un autocomandato. Occorre pertanto che si eserciti ad usare il potere in termini creativi e non autoreferenti, non antagonisti, non polemici. Ma con libertà perché sa che in gioco non c’è il proprio io, ma l’incontro, il dialogo, il confronto con l’altro. Al primo posto c’è la relazione con l’altro.
Se non ci si comporta in questo modo significa che il consenso si basa sullo scambio che come noto è di breve respiro nonché mutevole. Scambio al quale non interessa la relazione anzi nasconde/falsa il motivo vero della propria azione.







  
9 (N° 9 Marzo 2007)

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