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LA RIFLESSIONE N° 8, Febbraio 2007
Politica e la necessaria la presenza dei cattolici democratici popolari 
di Savino Pezzotta
Sono due  le questioni che intendo affrontare e che mi pare restino ancora molto aperte: il ruolo dei cattolici democratici popolari nella attuale congiuntura politica e il contributo che possono dare alla costruzione di un nuovo soggetto politico. Resto convinto che nel nostro Paese una presenza organizzata di cattolici democratici popolari sia ancora necessaria e, oserei dire, fondamentale per la nostra democrazia. Non mi soffermo sul fondamentale perché gli amici che partecipano all’incontro non hanno bisogno di spiegazioni. Non penso nemmeno che si possa ipotizzare una presenza individuale. Il problema resta quello della presenza organizzata capace di produrre collettivamente idee, proposte ed esprimere classe dirigente. Il venire meno di questa presenza non annullerebbe il problema, ma lo trasferirebbe verso altre soluzioni. Se tengo conto poi di quanto espresso dal recente Convegno ecclesiale di Verona e al rinnovato invito ad impegnarsi in politica che hanno rivolto ai cristiani in quella assise i Vescovi, i Cardinali e lo stesso Pontefice, mi domando dove e come questo invito possa trovare una sua condensazione senza coinvolgere la Chiesa nelle scelte politiche.
E’ questo un tema che riguarda principalmente i cattolici che scelgono l’impegno politico, ma che, a mio parere, non dovrebbe lasciare insensibili nemmeno il mondo laico e le formazioni di sinistra. Del resto un vero discorso sulla laicità della politica non può essere fatto senza un apporto dei cristiani e in particolare di quelli politicamente impegnati.
Mi rendo conto che il rilancio di questa presenza richiede un decisivo ripensamento sul modo e sulle forme con cui il cattolicesimo democratico-popolare partecipa alla politica. Si deve fare tesoro dell’esperienza compiuta. Non possiamo togliere dalle nostre pareti i ritratti di Sturzo, De Gasperi, Moro e, per quanto mi riguarda per sensibilità e frequentazioni, Donat Cattin e Pastore. Certo, sono figli del loro tempo e dei problemi che hanno dovuto affrontare e sarebbe anacronistico riproporre pensieri e metodi senza contestualizzarli. Sono convinto che avere alle spalle un bagaglio di pensiero, di battaglie e di prassi democratica e sociali sia molto utile, ma la reale utilità si verifica con la capacità d’inverare nella situazione attuale il loro pensiero, la loro azione e la loro metodologia di iniziativa politico-istituzionale. Il nostro problema - e credo sia il problema di tutta la politica italiana – sta nel capire come uscire dal novecento, come portare nel XXI° secolo il meglio dell’esperienza della democrazia sociale, come costruire un percorso politico che faccia i conti con la globalizzazione e con i cambiamenti sociali che stanno modificando la società e le persone. Dobbiamo prendere atto che le forme politiche e programmatiche del cattolicesimo democratico-popolare e quelle della socialdemocrazia sono storicamente datate e richiedono di essere ripensate; lo stesso problema si pone anche per il pensiero liberale e liberista. Sono, allo stesso tempo, sorpreso e interrogato dalla constatazione che oggi la destra italiana ed europea si stiano ripensando in profondità anche attraverso il superamento e forme di ripudio del loro passato. Mi domando perché l’area riformatrice e l’area della democrazia sociale avanzino con maggior difficoltà sul terreno del rinnovamento.    
E’ venuto il tempo in cui ci dobbiamo domandare se questo processo di rinnovamento si possa fare a prescindere dalla storia e dal deposito di cultura politica e democratica di cui siamo eredi. A mio parere sarebbe un grave errore perché la storia non ci abbandona e se non la assumiamo finisce per vendicarsi. I novisti, coloro che pensano che non si abbia nulla alle spalle, si pongono sempre fuori dai processi reali. Braudel ci ha insegnato che la storia non è qualche cosa di sterile, ma è sempre una spiegazione dell’uomo e del sociale, “senza la quale né società né individui del passato o del presente riprendono l’andamento e il calore della vita”. Il nostro tema è proprio quello di “riprendere l’andamento”, sapendo che per percorrere strade nuove servono mappe diverse da quelle che abbiamo usato.
Siamo immersi in processi di trasformazione che ci chiedono una capacità di un ripensamento profondo delle forme e dei modi del fare politica.
La democrazia si deve porre il problema dell’avanzare di un potere tecnocratico che sfiora e ordina l’economia, che penetra dentro la politica, e che, attraverso l’uso pervasivo dell’informazione e delle biotecnologie, può generare forme sempre più sofisticate di controllo, di condizionamento e di dominio.
A partire dal XVIII° secolo, dietro la spinta dei grandi movimenti sociali e dei partiti operai e popolari, il tema delle condizioni della vita è stato parte centrale del discorso e della prassi politica (salute, alimentazione, demografia, esposizione ai pericoli naturali e tecnico, etc.). Ora le questioni del vivere e dei  modi sono ad una svolta profonda e tornano ad interrogare la politica ed a interferire nell’azione di governo. Ogni discorso pubblico non può più prescindere dal  fatto che i temi del “bios” si incuneano in maniera più pressante e profonda nella politica e nell’economia. In gioco è direttamente la qualità della natura umana. Siamo al punto in cui la tecnica, in particolare quella legata alla dimensione biologica, può determinare la costituzione di un bio-potere diffuso e capillare in tutte le dimensioni della vita comune, in quella individuale e relazionale, immanente alle relazioni della comunità, che definisce il controllo sociale mediante la possibilità che la politica entri nella vicenda biologica della specie umana.
Facendo ruotare i nostri ragionamenti attorno alle questioni del vivere e dello stare insieme, di come queste si declinano nell’umano e di conseguenza nel sociale, rileviamo il consolidarsi di una tendenza sempre più individualista: l’uomo non si pensa più come appartenente ad una specie, ad un gruppo sociale o ad una comunità, ma si appartiene. Questa nuova e diversa propensione verso l’individuale e il consolidarsi delle singolarità, mette in discussione le concezioni su cui il cattolicesimo democratico popolare e la sinistra avevano costruito - magari in alternativa - il loro discorso politico. Possiamo dire che sono entrate in crisi le proposte-risposte di natura democratica che, in alternativa ai totalitarismi, avevano pensato ad una forte coniugazione tra democrazia e mercato, dando origine ad un’economia sociale di mercato il cui fulcro era il welfare.
Mai come in questi tempi la relazione tra democrazia e mercato è condizionata fortemente dalla globalizzazione, dalla pervasività della tecnica e della scienza  e dal mutamento della cronologia temporale (oggi sembra che tutto avvenga in simultaneità e non in successione). Le generazioni hanno una contemporaneità diversa dal passato. Cambia soprattutto il rapporto tra padri, figli e nipoti, con effetti di genere non ancora prevedibili che devono mettere in movimento le nostre visioni del welfare, del lavoro e della vita sociale. Mutano i concetti della solidarietà e dell’uguaglianza, l’affermazione di diritti individuali - a valere per tutti ma sempre più utilizzati singolarmente – per cui è sempre più difficile proporre l’uomo come essere in relazione. In questo contesto si assiste ad una de-soggettivazione delle persone che valgono solo in quanto portatrici di desideri da soddisfare (la domanda) a cui corrisponde un’offerta; il tutto regolato da una tensione permanente tra desideri, domanda e offerta.
Non è solo il neoliberismo il portatore di questa prospettiva penetrata anche dentro il senso comune sempre più diffuso su scala planetaria, ma una logica dello sviluppo economico e scientifico  completamente sganciata da qualsivoglia finalità etica e dal principio di responsabilità .
L’esigenza del ripensamento di un’idea centrale del cattolicesimo democratico popolare, quella del personalismo, è costretta ad essere riformulata da un nuovo e forte intreccio tra questione sociale e dimensione antropologica.
Avevo pensato, con ingenuità, che questo processo di ripensamento che doveva geminare da una precisa cultura politica, potesse essere il contributo per costruire il partito nuovo dei democratici sociali. Evito di usare in questo contesto il termine “riformista” perché esso può essere declinato in diversi modi e modalità e non aiuta a definire una nuova forma politica. Lo dico dichiarandomi riformista, in pratica persona sempre disposta a modificare il realizzato per renderlo sempre più adeguato ai cambiamenti. Ma il riformismo è una prassi, non può essere un progetto. E’ in relazione a questa valutazione che ho partecipato alla riunione dei “volenterosi”. Non  per fare, come è stato scritto, un nuovo partito, ma per creare un luogo di dibattito, di confronto e di riflessione sulle riforme possibili e condivise.
Il mio interesse resta per il partito nuovo, cioè una forma partito che sia in grado di affrontare i temi del cosiddetto post-moderno da un punto di rinnovamento della democrazia. La democrazia presenta aspetti di crisi, d’autoreferenzialità, d’elitismo, populismo e di tendenza all’oligarchia attraversata a volte da un  professionismo senz’anima; sono questioni che devono essere affrontate per rimettere in campo forme nuove di partecipazione e di coinvolgimento: la politica deve tornare ad essere pensiero, passione ed emozione. Mi sarebbe piaciuto veder nascere una partito area, plurale, dove le diverse culture politiche potessero confrontarsi senza scomparire, per aprirsi ad altre, a quelle nuove e ai giovani. Vorrei che il termine “contaminazione” che è costantemente evocato fosse rovesciato in “fecondazione” o “fertilizzazione”, il “meticciato” declinato in “interculturalità”. Purtroppo non mi sembra che si stia andando in questa direzione. Il tutto sta ancora avvenendo seguendo i vecchi rituali di partito e il massimo che si profila all’orizzonte è una sorta di fusione a freddo che non mi emoziona. Non mi accontento del possibile o del meno peggio. Avrei desiderato un processo più coinvolgente, magari più lungo e separato dalle vicende del governo, ma capace di rendere le persone protagoniste della costruzione di un progetto politico di democrazia sociale, di cambiamento e formazione di nuove classi dirigenti (la questione generazionale della politica non è data dall’età anagrafica, ma da quanto tempo una persona svolge un ruolo politico ed istituzionale). Per quel che mi riguarda ora mi devo accontentare di stare sul margine seduto sulla panchina a vedere una  partita che non coinvolge. Non mi si chieda però di fare il tifo per un gioco che non capisco.
Tutto è perduto? Non lo so. Spero solo di no.
Allora? Credo, come diceva Napoleoni, sia importante continuare a cercare, sperare e battagliare.






  
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