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IL PUNTO N° 7, Gennaio 2007

Democrazia e ruolo del partiti
La sfida democratica nella vita interna dei partiti
di Pierluigi Castagnetti
La democrazia moderna è una democrazia dei partiti, nasce e si sviluppa con loro. Se è pur vero che le associazioni politiche sono presenti anche nei regimi autoritari e totalitari (i partiti unici dei regimi non democratici), oggi è impensabile una democrazia che possa fare a meno dei partiti; come affermava più di ottant’anni fa il giurista James Bryce: «nessuno ha mostrato come un governo rappresentativo possa operare senza di essi. Essi creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori» .
Nella realtà dello Stato contemporaneo i partiti politici svolgono una funzione fondamentale di collegamento fra governati e governanti: aggregano, sulla base di una visione comune, le domande emergenti dalla società civile; ne operano una sintesi; le trasferiscono nell’apparato statale, in modo da consentire ai decisori politici di compiere scelte pubbliche. Prima ancora, i partiti organizzano il consenso, formano e selezionano i candidati alle cariche pubbliche, coordinano le loro rappresentanze nelle istituzioni politiche. Tutte queste funzioni sono necessarie al regolare funzionamento dei sistemi democratici. Si può quindi affermare che «la buona salute delle democrazie dipende dalla buona salute dei partiti»  ; un loro stato di sofferenza avrà inevitabilmente conseguenze negative sulle istituzioni democratiche.
Il tema del ruolo dei partiti costituisce uno degli snodi della crisi delle democrazie moderne, sempre a rischio di nuove forme di populismo  , una subdola miscela di televisione e plebiscitarismo, e di una progressiva deriva oligarchica. Siamo forse entrati, senza rendercene conto, in quella «postdemocrazia» di cui parla il politologo Colin Crouch nella quale le elezioni continuano a svolgersi, ma il dibattito elettorale è ridotto ad uno spettacolo saldamente controllato da gruppi rivali di professionisti esperti in tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di temi selezionati dagli stessi gruppi  . O forse ha ragione John Dunn, teorico politico, secondo il quale la moderna democrazia rappresentativa, nella stagione dominata dal capitalismo, si risolve in un governo non già del popolo, ma dei professionisti della politica, reso sopportabile dall’idea che sia il popolo, in ultima istanza, a deciderne la legittimità attraverso le elezioni.
 Il presente contributo indaga del rapporto tra democrazia e partiti, secondo quattro scansioni. In primo luogo tratteremo brevemente dell’evoluzione della forma partito nei regimi democratici; poi analizzeremo più nel dettaglio la situazione del sistema partitico italiano, con la comparsa del «partito personale». In un terzo momento concentreremo la nostra attenzione sulla partecipazione democratica nell’organizzazione interna dei partiti, sia ripercorrendo le principali vicende di storia parlamentare sulla disciplina giuridica degli stessi, sia presentando la normativa europea sullo statuto dei partiti. Tale percorso ci permetterà di mettere in luce quanto sia essenziale per la vita democratica del nostro Paese, che all’interno dei partiti vengano garantiti elementari principi di trasparenza e di partecipazione, ovvero che i partiti siano al loro interno democratici.

1. L’evoluzione della forma partito: dal partito d’élite al «partito cartello»
Storicamente, i partiti si affermano in quei Paesi che per primi adottano forme di governo rappresentative; vi è unanime accordo nel ritenere che il partito politico sia  nato all’interno del Parlamento inglese nel XVIII secolo, con la divisione tra due schieramenti, i whigs e i tories, in competizione per determinare gli indirizzi governativi. È dall’incontro fra le istituzioni rappresentative e la società, ormai libera dai vincoli feudali, che prende forma il partito politico  . Con le parole di Max Weber «è nello Stato legale a Costituzione rappresentativa che i partiti assumono la loro fisionomia moderna»  .
La scienza politica   – da Max Weber a Maurice Duverger, da Otto Kirchheimer, fino a Richard Katz e Peter Mair – ha elaborato tipologie diverse di partito, ciascuna, a modo suo, connessa alle trasformazioni sociali, in una logica di adattamento all’evoluzione delle democrazie liberali. Si fa riferimento a quattro tipi fondamentali di partito: quello di élite o di notabili, il partito di massa, il partito «pigliatutto» (catch-all party) e il «partito cartello» (cartel party).
 Il partito di élite è la prima forma di partito e prevale per tutto il secolo XIX nella gran parte dei Paesi europei: si tratta di organizzazioni di notabili (signori fondiari, giudici, notai, ecc.), che assumono la forma di comitati elettorali, mobilitati per la protezione di singoli interessi. Se l’affermazione del partito dei notabili è fortemente connessa alla ristrettezza del suffragio elettorale e alla natura oligarchica del regime politico, con la democratizzazione delle istituzioni rappresentative e l’estensione progressiva del suffragio elettorale – il fenomeno più incidente sull’organizzazione e le funzioni dei partiti – il partito d’élite assume la forma del partito di massa.
 L’ingresso delle masse popolari nella sfera politica spinge i partiti a completare e arricchire la loro fisionomia originaria, con un’organizzazione stabile e capillare sul territorio, un apparato con accentuati caratteri di professionismo e di burocratizzazione necessari per assolvere ai nuovi e complessi compiti della società di massa  . Non si tratta più, difatti, solo di organizzare i partiti dentro le assemblee rappresentative e negli esecutivi, ma di mobilitare, motivare e indirizzare il voto e il sostegno delle masse popolari nella società. Si forma così una classe politica, cioè un gruppo di persone che fanno della politica la loro professione, e il partito di massa assume una nuova funzione di integrazione sociale.
La terza tipologia, descritta per la prima volta da Kirchheimer, è quella del cosiddetto «partito pigliatutto», affermatosi nel secondo dopoguerra  . Le caratteristiche che connotano questo modello di partito sono la riduzione del supporto ideologico, il rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice e il conseguente ridimensionamento del ruolo del singolo iscritto. «Con il concetto di partito “pigliatutto” si sottolinea (…) che pur di prendere voti i partiti sono disposti a perdere l’anima»  . L’affermarsi di questa forma di partito deriva da una serie di trasformazioni sociali e culturali che portano all’indebolimento dei sentimenti di appartenenza di classe.
Per molto tempo il «partito pigliatutto» è stato adottato come lo standard di riferimento per studiare i partiti nelle democrazie moderne, ma negli anni recenti è stato affiancato da un ulteriore tipo il «partito cartello» (cartel party). Nell’analisi di Katz e Mair  con cartel party si sottolinea la crescente collusione tra partiti che formano «cartelli», cioè alleanze, accordandosi per ottenere risorse pubbliche – tra le quali innanzitutto il finanziamento pubblico. Questo nuovo tipo di partito appare più come un’agenzia statale che una associazione di e per i cittadini: a fronte di una riduzione della capacità dei partiti di organizzare la società civile, si rafforza parallelamente la posizione dei partiti nello Stato, provocando un’estraniazione da parte dei cittadini alla vita dei partiti, e dunque alla politica.

2. La crisi del sistema partitico in Italia e l’affermazione del «partito personale»
Se il pregiudizio antipartitico è sempre esistito e viene da lontano, non c’è dubbio che negli ultimi tempi abbia assunto uno spessore più definito e consistente. È un trend univoco, monitorato e confermato da anni di indagini d’opinione che si svolgono in tutto il mondo 13.
Il fenomeno è particolarmente avvertito in Italia dove la disaffezione alla politica ha raggiunto l’apice nei primi anni ’90, allorquando le inchieste della magistratura rivelarono l’esistenza di un sistema, passato alla storia come Tangentopoli, basato su corruzione, concussione e finanziamenti illeciti, che coinvolgeva imprenditori e numerosi esponenti della classe politica, locale e nazionale. I partiti della cosiddetta prima Repubblica erano nati in una stagione di forti passioni e idealità, ai loro aderenti avevano offerto identità, senso, partecipazione: quando tutto questo è venuto meno «la Repubblica si è accartocciata su se stessa» 14. Da quella crisi, nonostante vari tentativi di rigenerazione e anche di «reinvenzione», i partiti non si sono più ripresi, nel senso che non hanno più recuperato la credibilità e la legittimazione di cui godettero nei primi anni della Repubblica.
Oggi i partiti non mobilitano più, stentano a comunicare con la società, rispetto alla quale sussiste una sorta di separatezza. Ed è anche a causa di questa separatezza che ha potuto svilupparsi una degenerazione della loro vita interna. Venendo meno la partecipazione si sono rarefatti gli «anticorpi» della vigilanza interna sui comportamenti dei gruppi dirigenti, sempre più tali perlopiù per cooptazione. Emblematica in questo senso è l’ultima legge elettorale italiana 15(che ha introdotto un sistema proporzionale seppure spurio), con la quale i candidati «eletti» in Parlamento sono di fatto predeterminati dai vertici di partito, con un sistema di liste bloccate che non lascia nessuna scelta agli elettori.
Ma le ragioni della progressiva e reciproca estraniazione fra vita dei politici e vita dei cittadini è effettivamente frutto di cause più complesse, non tutte obiettivamente imputabili alla volontà e alla responsabilità dei politici.
I processi di mediatizzazione e di informatizzazione della comunicazione, che hanno lentamente e inesorabilmente trasformato la società civile italiana in soggetto non più «attore» ma «spettatore» della politica, hanno indotto la politica ad adeguarsi alla logica stringente del mercato dello spettacolo mediatico, che insegue forme nuove di agonismo e inevitabilmente di personalizzazione delle leadership.
 Il sistema politico in Italia ha cercato di «incanalare» tale fenomeno entro percorsi nuovi che ne conservassero e possibilmente innovassero le connotazioni democratiche. Una crescente forma di «presidenzialismo» ha caratterizzato la vita politica italiana, dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, dall’elezione diretta dei sindaci fino all’indicazione del premier; ha avuto il merito, occorre riconoscerlo, di tentare di ricostruire un filo diretto tra governanti e governati. Nella stessa logica sono stati pensati i collegi uninominali della precedente legge elettorale  , voluti dal legislatore sulla spinta dell’esito del referendum sulla legge elettorale del 1993, per riavvicinare ogni eletto al suo elettore, in modo da ricondurre i suoi comportamenti a un esplicito mandato elettorale. La strada delle riforme, purtroppo, si è interrotta bruscamente, del presidenzialismo abbiamo preso solo l’aspetto monocratico, senza avere il tempo di riflettere sui necessari contrappesi.
 Oggi le regole della comunicazione televisiva impongono sempre più la spettacolarizzazione del dibattito politico, l’abilità mediatica dei leader, la brevità e l’efficacia del messaggio. Si afferma un nuovo tipo di voto, il voto «impressionista», un voto in cui i leader contano molto più dei partiti; la personalizzazione ha così la meglio sui programmi e «le impressioni finiscono col prendere il posto delle opinioni»  . Nasce così il «partito personale». Giustamente ha rilevato Norberto Bobbio: «partito personale è una contraddizione in termini. Il partito per definizione è una associazione di individui che stanno insieme per raggiungere uno scopo comune»  . Il modello del partito «personale» prevede la coincidenza tra il partito e il suo leader; le fortune del partito sono quelle del suo capo, e dunque, tutto il partito lavora per il suo successo personale. Non vi sono organi collegiali, o se vi sono vengono riuniti raramente e solo con compiti di ratifica; non si fanno congressi, o se si fanno, avvengono non per scegliere, ma per «incoronare» il capo. I dissensi, se espressi pubblicamente, vengono interpretati come azioni contro il partito. Il capo è attorniato da una équipe di fedeli collaboratori che lo consigliano, lo proteggono, e condividono con lui quote di responsabilità di direzione della gestione del partito e di definizione della linea politica. Il grado di fedeltà al capo misura - per gli interlocutori esterni e in particolare per i media - il tasso di affidabilità e di rappresentatività del pensiero del capo. Nel «partito personale» non c’è spazio (al massimo c’è tolleranza, spesso accompagnata a fastidio) per le posizioni di minoranza: col capo o si è d’accordo o non lo si è e, se non lo si è, normalmente si è indotti a lasciare il partito poiché, appunto, il partito coincide con il suo leader  .
 L’indebolimento della forma partito, nella sua attuale versione «personale», è conseguenza della progressiva trasformazione della democrazia in «videocrazia»  , con alcuni effetti negativi: oltre alla già citata spettacolarizzazione della politica, vi è la conseguente superficialità nella comunicazione dell’informazione elettorale e politica; inoltre aumenta il ruolo del denaro, poiché nell’arena virtuale lo spazio si acquista a caro prezzo, come spot pubblicitario. In questa concezione della democrazia il partito diventa fabbrica di prodotti da vendere per conto del titolare, non sede di un’associazione di liberi cittadini che vogliono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Il prototipo del «partito personale» in Italia è rappresentato da Forza Italia. Più di una volta, il suo leader ha esplicitato l’idea di «democrazia come arena mediatica e di mercato» sostenendo che «in un paese democratico la politica si fa soprattutto (o forse solo) in televisione», richiamando, ad esempio, il modello americano in cui le campagne elettorali si avvalgono di spot che promuovono temi politici come prodotti di consumo. Poiché la pubblicità non consente replica, il suo scopo non è suscitare la discussione, ma indurre all’acquisto del prodotto; dunque, la democrazia come mercato, dove i titolari della sovranità (art. 1 della Costituzione) diventano gli acquirenti, i consumatori di prodotti politici.
Non è possibile stabilire con precisione quanti siano i partiti personali in Italia; tuttavia è sempre più diffusa la pratica di formare partiti «su misura» rispetto alle caratteristiche del proprio leader.

3. La partecipazione democratica nei partiti
Al di là delle sue attuali espressioni, il «partito personale» merita una seria attenzione perché mina o, quantomeno, trasforma alla base l’organizzazione classica, e per noi costituzionale (art. 49), della democrazia.

3.1 Dalla Costituzione ai nostri giorni
La nostra Costituzione, all’articolo 49, dispone: «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Tace però sul tema della disciplina giuridica dei partiti politici, anche se la questione venne affrontata dai costituenti. Infatti, all’Assemblea costituente furono tutti d’accordo nel riconoscere il fondamentale ruolo dei partiti politici, ma non sul fatto di sottoporli a vincoli e verifiche sulla loro vita interna; si preferì allora non intervenire su questo aspetto, per la preoccupazione, espressa soprattutto da parte degli esponenti della sinistra, che si arrivasse a definire una indebita ingerenza e un controllo strumentale sulla vita interna dei partiti. Costantino Mortati, nella seduta del 22 maggio 1947, propose, con il collega Carlo Ruggiero, un emendamento, poi respinto, che diceva: «tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al metodo democratico nell’organizzazione interna e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale» 22. In quella stessa seduta Moro, intervenendo a favore dell’emendamento Mortati, fu d’accordo sulla scelta di opporsi ad una norma sulle finalità dei  partiti, per evitare il rischio di decisioni arbitrarie prese «sulla base del presunto carattere antidemocratico del loro programma», ma sostenne la proposta di costituzionalizzare il vincolo democratico interno, sulla base della considerazione che «se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere indirizzo democratico nell’ambito della vita politica del Paese» 23. È opinione condivisa che sulle decisioni dei nostri costituenti pesò il clima politico di quegli anni con l’inizio della guerra fredda e la rottura intervenuta tra i partiti che avevano dato vita al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), con l’uscita cioè del PCI e del PSI dal governo. In questa prospettiva la democraticità del sistema apparve meglio tutelata dalla «lacuna della legge» piuttosto che da una integrale attuazione legislativa dell’art. 49 della Costituzione, dando spazio in questo modo a una concezione «privatistica» del partito politico.
La questione tornò d’attualità, agli inizi degli anni ‘60, nel corso delle polemiche contro la cosiddetta «partitocrazia», dove si intrecciarono due filoni diversi: da una parte quanti denunciavano l’ipertrofia del ruolo dei partiti, il loro predominio su ogni aspetto della vita pubblica, e dall’altra quanti invece paventavano la burocratizzazione degli apparati, conseguenza delle spinte oligarchiche, e richiamavano all’esigenza di regolamentare la vita interna dei partiti.
È in questo contesto che nel 1958 Sturzo presentò in Senato un disegno di legge sul finanziamento dei partiti, mai discusso, che prevedeva il riconoscimento della personalità giuridica dei partiti; altri progetti furono predisposti negli anni ’60 da altre forze politiche (PRI e PSI), ma nessuno di questi riuscì ad approdare in Parlamento.
A metà degli anni ’80, nella relazione di maggioranza della Commissione Bozzi, la prima bicamerale per le riforme istituzionali, venne avanzata una proposta di riformulazione dell’art. 49 della Costituzione, che prevedeva: «disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme, statutarie, la tutela delle minoranze». Anche questa iniziativa non si tradusse in un concreto intervento legislativo ma segnò una sorta di inversione di rotta, e nuove proposte di legge sull’attuazione dell’art. 49 della Costituzione vennero presentate alle Camere a partire dalla IX legislatura.
Attualmente giacciono in Parlamento diverse proposte di iniziativa parlamentare, ma la novità politica più significativa è arrivata dai seminari di studi dell’associazione «I Popolari» (Cianciano, 29, 30 settembre e 1° ottobre 2006), e degli eletti dell’Ulivo (Orvieto, 6 e 7 ottobre 2006). In particolare, a Orvieto, nel documento del gruppo di lavoro sulla forma partito, viene indicato tra i futuri impegni del costituendo Partito Democratico la presentazione di «un progetto di legge per la disciplina della democrazia interna ai partiti politici che dia attuazione all’art. 49 della Costituzione».
Come ha osservato Andrea Manzella, se il partito è strumento di un diritto politico individuale, tale diritto non può esercitarsi se non trova procedure capaci di assicurare la partecipazione democratica degli associati. E, allo stesso tempo, se i partiti sono costituzionalmente inseriti nel circuito di determinazione della politica nazionale, anche la loro struttura interna e i loro processi decisionali devono ispirarsi a regole di democraticità e di trasparenza, come avviene negli altri luoghi istituzionali della politica 25. In gioco ci sono gli stessi diritti dei cittadini che vogliono partecipare alla vita dei partiti, che intendono, «concorrere a determinare la politica nazionale». La fonte, non necessariamente, va tutta trovata nella legge, che può limitarsi a stabilire alcuni principi, ma può essere collocata negli stessi statuti dei partiti, preventivamente approvati e depositati, cui potrebbe essere richiesto un «contenuto minimo».
 I cittadini – non dimentichiamolo – sono i soggetti considerati dall’art. 49, mentre i partiti sono solo lo strumento. Essi hanno bisogno di vedere tutelato il loro diritto di partecipazione, non solo attraverso i consueti strumenti (dal diritto di iscrizione, fino al diritto di accesso alle informazioni) ma anche tramite forme nuove di partecipazione alle loro decisioni, in particolare a quelle – come la presentazione delle candidature – il cui rilievo pubblicistico è più marcato. In altri Paesi questo avviene, ad esempio, attraverso elezioni primarie fissate per legge o promosse dai partiti stessi.
Una corretta vita interna dei partiti non la richiede, quindi, solo il diritto costituzionale e quello parlamentare, ma anche lo stesso diritto privato; non riguarda solo il buon funzionamento dei circuiti della democrazia ma anche i diritti degli iscritti 26. Si tratta di garantire la possibilità del ricambio alla guida del partito, di salvaguardare l’espressione del dissenso interno, la partecipazione delle minoranze agli organi deliberativi, la disponibilità delle strutture, dei mezzi e degli organi di informazione ufficiali del partito, e soprattutto la disciplina delle procedure per la scelta dei candidati, lasciando all’autonomia statutaria le modalità di attuazione di tali regole.

3.2 Uno sguardo all’Europa
 Sebbene siano diversi i paesi dell’Unione Europea che hanno una normativa di carattere generale riguardante lo statuto dei partiti e il loro finanziamento pubblico, in questa sede ci basti accennare alla posizione comune, raggiunta sull’argomento all’interno dell’UE.
 Il fatto che la normativa sugli statuti dei partiti, in più di un caso, sia strettamente connessa a quelle sul finanziamento pubblico è spiegato proprio dalla opportunità di conformare i partiti ad un regime di evidenza pubblica, necessaria nel momento in cui si decide di finanziarli con risorse pubbliche. Nel 2003 l’Unione Europea si è dotata di una legislazione comunitaria per concedere sussidi pubblici ai partiti politici europei 28. Il regolamento relativo, entrato in vigore nel 2004, fissa le condizioni necessarie per poter identificare un partito politico a livello europeo, riconoscimento che dà diritto al finanziamento comunitario: possedere la personalità giuridica nello Stato membro in cui esso ha la sede; rispettare, in particolare nel suo programma e nella sua azione, i principi sui quali è fondata l’Unione europea, vale a dire i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto; essere rappresentato da membri eletti al Parlamento europeo o in assemblee legislative a livello nazionale o regionale in almeno un quarto degli Stati membri (l'alternativa è avere ottenuto perlomeno il 3% dei suffragi espressi nelle ultime elezioni al Parlamento europeo in ciascuno di questi Stati membri); aver partecipato alle elezioni europee o averne espresso l'intenzione. Infine la domanda di finanziamento a carico del bilancio generale dell’Unione Europea 29deve essere corredata da uno «statuto che definisca segnatamente gli organi responsabili della gestione politica e finanziaria, e gli organismi o le persone fisiche che detengono, in ciascuno degli Stati membri interessati, il potere di rappresentanza legale, in particolare per quanto riguarda l’acquisizione o la cessione di beni immobili e la capacità di stare in giudizio».
 Il 23 marzo 2006, il Parlamento europeo, con 498 voti favorevoli, 95 contrari e 7 astensioni, ha adottato la relazione di Jo Leinen (PSE, DE) sui partiti politici europei con la quale si chiede un vero e proprio statuto dei partiti politici europei che definisca i loro diritti e doveri e dia loro la possibilità di ottenere una personalità giuridica basata sul diritto comunitario, valida anche negli Stati membri. In effetti, allo stato attuale, i partiti politici europei possono solamente avere uno statuto legale basato sulla loro personalità giuridica nel Paese in cui hanno la propria sede. Nella risoluzione approvata si sottolinea, in particolare, la necessità che detto statuto contempli «regole concernenti l'appartenenza individuale ai partiti politici a livello europeo, la loro direzione, la candidatura e le elezioni nonché le modalità e il sostegno per i congressi e le riunioni di tali partiti» 30.
La questione è ancora aperta, ma il tema della regolamentazione dei partiti è ormai all’ordine del giorno anche in Europa.

4. Sentinelle della democrazia
Abbiamo visto come i partiti siano tra le istituzioni più fragili e nello stesso tempo più essenziali al funzionamento della democrazia. Se è vero che la loro trasformazione è largamente indotta dai cambiamenti intervenuti nella società e nelle tecnologie della comunicazione, si deve perseguire l’obiettivo di preservarne il carattere di sperimentatori e produttori di democrazia, conciliando un certo grado di personalizzazione della leadership con la necessità che la sovranità interna possa essere sostanzialmente esercitata dai soci e dai dirigenti da essi espressi. Se la caratteristica delle democrazie moderne è quella della separazione e del bilanciamento dei poteri, occorre garantire che all’esaltazione del potere del leader possa corrispondere una più accentuata possibilità di controllo e di concorso all’esercizio del potere stesso.
È tempo che la politica intervenga per evitare di assecondare, anche solo per distrazione od omissione, i processi in atto e di giungere paradossalmente verso una forma di democrazia illiberale.
 Se è giusto riconoscere la prerogativa del leader di rappresentare all’esterno la linea del partito, occorre che gli organi dello stesso chiamati a definire e a condividere tale linea siano di natura elettiva e non derivata. Se i sistemi elettorali (siano essi maggioritari o «proporzionali blindati») conferiscono ai partiti uno smisurato e ingiustificato potere, non solo di designare i candidati, ma addirittura di preordinarne la loro elezione nelle assemblee elettive, la selezione di tali «candidati-predestinati» deve essere affidata a organi collegiali territorialmente competenti o a procedure partecipative quali le primarie, perché nessuno di essi si senta «debitore» della propria designazione se non a un principio di selezione democratica. Poiché il ruolo del leader finisce fatalmente per trasformarsi in quello di «produttore» dell’immagine del partito, occorre che le occasioni e le sedi di approfondimento e dibattito interno - sia di carattere culturale che politico - siano sempre più numerose, sì che sia possibile «ritrovarsi a memoria» nelle posizioni espresse nell’ultima intervista del leader anche se esse non sono state concordate con gli organi del partito. Se la personalizzazione della leadership comporta un certo grado di autonomia nelle posizioni che la stessa va assumendo, vi è un problema di regolazione delle relazioni fra la leadership del partito e la leadership (fermo restando l’attuale sistema bipolare) della coalizione, poiché lo stesso grado di autonomia interpretata ai due livelli può produrre conflitti permanenti.
Solo in questo modo i partiti, di entrambi gli schieramenti politici, possono tornare a essere insieme facitori e sentinelle della democrazia, e non la sua malattia.



 
 
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