NewsLetter N° 8/Febbraio 2007 A cura dell'Associazione "I Popolari"
LIEVITO
Pd, la carta costituente: oltre le tradizionali famiglie politiche del '900 «Sottoscrivendo questo manifesto ci impegnamo a lavorare con piena convinzione, determinazione e lealtà per fare, a tutti gli effetti, entro la fine del 2008, dell'Ulivo il Partito dei democratici, il nostro partito». E' questo il traguardo indicato nel Manifesto per il partito democratico, elaborato dai dodici saggi chiamati a redigere la Costituzione del Pd. Un utile strumento comune per raccordare i due congressi di Ds e Dl, che si svolgeranno in concomitanza in aprile ma anche una opportunità per aprire alla partecipazione dei cittadini non iscritti. Il documento (che sotto pubblichiamo integralmente) contiene i principi ed i valori del partito nuovo ed è composto da 15 cartelle, suddivise in tre capitoli: “Noi, i democratici”, “L'Italia, una nazione d'Europa” e “L'Ulivo, il nostro partito”. Sui temi cari al dibattito di Fermenti, quello relativo alla collocazione internazionale ci sembra indichi un percorso (condivisibile) che supera tutti i vecchi contenitori politici del '900. «Vogliamo anche contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale. E intendiamo concorrere a costruire nel mondo una nuova alleanza tra tutti quelli che vogliono fare della globalizzazione una opportunità per molti piuttosto che l'occasione per rafforzare il potere e la ricchezza di pochi». A proposito del tema della laicità dello Stato la formulazione è sicuramente a prova di Costituzione così come “freddamente" lo è il tema del rapporto tra Stato e Chiesa. «Concepiamo la laicità non come un'ideologia antireligiosa e neppure come il luogo di una presunta e illusoria neutralita', ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e dei convincimenti morali, come riconoscimento della piena cittadinanza, dunque della rilevanza nella sfera pubblica, non solo privata, delle religioni».
IL PUNTO
Ecco il "Manifesto per il Partito democratico"
Noi, i democratici Noi, i democratici, amiamo l’Italia. Amiamo la ricca umanità della sua gente; il suo patrimonio ineguagliabile di storia, arte e cultura; l’intreccio di splendide città, di magnifici ambienti naturali e paesaggi che da secoli attrae viaggiatori stranieri. Amiamo il senso profondo di ospitalità e di solidarietà degli italiani, la loro attenzione alla qualità della vita, la loro straordinaria capacità di produrre cose che piacciono al mondo. Noi democratici abbiamo fiducia nell’Italia. Perché è un paese vitale, creativo, operoso, pervaso da un diffuso spirito d’intraprendenza. Un paese che ha contribuito alla prosperità di molte altre nazioni, attraverso l’intelligenza e la tenacia di tanti nostri concittadini. E crediamo che l’Italia possa farcela a stare al ritmo di un mondo che cambia sempre più in fretta. Siamo convinti che saprà mantenere e migliorare i suoi livelli di vita, se non coltiverà la pretesa illusoria di serrare la porta o di chiudere gli occhi di fronte alle sfide globali, se accetterà di affrontarle insieme all’Europa, se riuscirà a ri ... [segue]
LA RIFLESSIONE
Politica e la necessaria la presenza dei cattolici democratici popolari di Savino Pezzotta Sono due le questioni che intendo affrontare e che mi pare restino ancora molto aperte: il ruolo dei cattolici democratici popolari nella attuale congiuntura politica e il contributo che possono dare alla costruzione di un nuovo soggetto politico. Resto convinto che nel nostro Paese una presenza organizzata di cattolici democratici popolari sia ancora necessaria e, oserei dire, fondamentale per la nostra democrazia. Non mi soffermo sul fondamentale perché gli amici che partecipano all’incontro non hanno bisogno di spiegazioni. Non penso nemmeno che si possa ipotizzare una presenza individuale. Il problema resta quello della presenza organizzata capace di produrre collettivamente idee, proposte ed esprimere classe dirigente. Il venire meno di questa presenza non annullerebbe il problema, ma lo trasferirebbe verso altre soluzioni. Se tengo conto poi di quanto espresso dal recente Convegno ecclesiale di Verona e al rinnovato invito ad impegnarsi in politica che hanno rivolto ai cristiani in quella assise i Vescovi, i Cardinali e lo stesso Pontefice, mi domand ... [segue]
------------------------------------------------------------- Pd, diritti e doveri delle comunità locali nel nuovo millennio di Roberto Di Giovan Paolo Il diritto/dovere è l’abbandono del “feticismo” delle istituzioni locali. Tanto più è valido lo “ius” primario delle comunità locali, quanto più abbandona l’idea di una difesa della singola istituzione. La storia ci ha consegnato istituzioni locali in Europa, diverse perché figlie di storie diverse: Comuni e Comunidades, Departments e Counties, ma il fine di tutte è , e non potrebbe essere altrimenti, il servizio alla persona e alla comunità. Persona e comunità vuol dire per tutti oggi, al di là delle ideologie, servire il popolo, inteso come “comunità di destino”, dunque, come storicamente formatosi (programma di Sturzo illustrato nel suo discorso di Caltagirone del 1905) e quindi servizio al cittadino a qualunque titolo, secondo la regola dell’eguaglianza che diviene fraternità. E’ evidente che ciò chiama in causa la moderna declinazione di alcuni temi specifici: migrazione/cittadinanza ed economia liberante dal bisogno e realizzazione della persona/comunità Un altro importan
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----------------------------------------------------------- "Appello dei sessanta", la laicità del nostro impegno politico (*) deputati e senatori firmatari La scelta di sostenere in Parlamento una legge che preveda il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facolta' delle persone che fanno parte delle unioni di fatto risponde al necessario rispetto di un impegno assunto da ognuno di noi con gli elettori, e sancito nel programma dell'Unione in una equilibrata sintesi tra posizioni e sensibilita' culturali diverse. Si tratta di un impegno che abbiamo sottoscritto con consapevolezza e responsabilita' convinti che la tutela giuridica di diritti e doveri delle persone conviventi, anche fuori dal matrimonio, corrisponda al dovere della politica di non ignorare cio' che emerge dalla realta' sociale e che chiede di essere regolato proprio in funzione del bene comune che ci sta a cuore. Normare diritti e doveri delle persone conviventi non significa in nessun modo mettere in discussione o intaccare la preminente posizione e tutela che la Costituzione riconosce alla famiglia fondata sul matrimonio. Significa, al contrario
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LIBRERIA
(recensione di Cristina Ceretti) Protagonista è la Santa Sede negli anni che vanno tra il 1922 e il 1926, anni di travagli e contraddizioni interne. I documenti su cui si fonda la ricerca di Giovanni Sale nel volume Fascismo e Vaticano prima della Conciliazione (editore Jaca Book, 2007 - pagine euro 29) provengono dall’Archivio Vaticano e dall’Archivio della Civiltà Cattolica e ci offrono un punto di vista su vicende già note nei loro tratti essenziali, dimostrando che ancora hanno tanto da offrire alla storia contemporanea. Il volume, che presenta un importante introduzione di Pietro Scoppola, è una documentata ricostruzione delle posizioni assunte dal Vaticano nei confronti del nascente regime, dalla marcia su Roma alla Conciliazione. La presa del potere da parte di Mussolini spinge il Vaticano, preoccupato per l’ala più violenta del Partito Fascista e teso al superamento della questione romana, a percorrere la strada del dialogo. Si spiegano in questo modo le prime mosse del regime, lucidamente tese a recuperare il consenso dei cattolici e del Vaticano con leggi particolarmente gradite, riuscendo ad isolare il Partito Popolare. Ad intricare la matassa, la vicenda Matteotti e il rapporto tra popolari e socialisti. Padre Sale, redattore delle pagine “storiche” della Civiltà Cattolica, grazie all’archivio della rivista dei Gesuiti riesce a illuminare in maniera nuova quel periodo, fatto di distanze e vicinanze, di attesa e di prudenza, attraverso un volume ampio e ricco di documentazione storica.
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Nella storia si ripete che i Governi e gli Stati coprono con altisonanti dichiarazioni i motivi spesso interessati che stanno alla base delle guerre da loro scatenate. Luciano Canfora nel volume Esportare la libertà - Il mito che ha fallito (Mondadori, 2007 - pagine 106 euro 12), ha evidenziato che, ad esempio, il proposito americano di esportare la libertà in Iraq è solo l'ultimo esempio di questo oliatissimo meccanismo propagandistico. Sparta combatté la guerra del Peloponneso sostenendo di voler liberare i Greci dall'oppressione ateniese; le guerre napoleoniche determinarono la trasformazione della Francia rivoluzionaria in impero bonapartista; i conflitti regionali della Guerra Fredda (Vietnam, Medio Oriente, Afghanistan), furono sempre inseriti nel contesto di una lotta per l'affermazione della democrazia nel mondo. Canfora dimostra in un'analisi acuta e spesso provocatoria che la politica internazionale si è sempre servita del richiamo all'ideale libertario per coprire le logiche di lotta per il dominio che inevitabilmente condizionano lo scenario internazionale. Un atto d'accusa contro ciò che viene compiuto in nome di nobili principi e supremi ideali e allo stesso tempo un disincantato repertorio di casi storici recenti e remoti, accomunati da quella che Canfora definisce una emblematica "torsione morale, culturale e politica" che consente agli Stati di perseguire una cinica politica di egemonia, fregiandosi allo stesso tempo del titolo di difensore della libertà.
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«La democrazia è un sistema politico mutevole e insieme vulnerabile. Per rivitalizzarla oggi è indispensabile connettere rappresentanza e partecipazione, economia e politica, famiglia e istituzioni». È questa la presentazione, in copertina, fatta da Paul Ginsborg al suo ultimo libro La democrazia che non c’è (Einaudi, 2007 – pag. 152, 8 euro). Partendo da un confronto tra Karl Marx e John Stuart Mill, due voci che percorrono l’intero saggio, Ginsborg ci spinge a immaginare una democrazia diversa, piú quotidiana e incisiva. L'autore fornisce anche una indicazione su come è possibile proteggere, nei nostri tempi, la democrazia. Certamente non con la sua esportazione forzata, né con la difesa miope di un modello rappresentativo già antiquato, né con l'assegnazione del potere politico a una sfera separata, dominata dai politici e dai partiti. No, per proteggere la democrazia bisogna rianimarla e ripopolarla. Bisogna creare una democrazia all'altezza del momento storico - una democrazia partecipata, di genere, economica e non solo politica, che esce dal «palazzo» ed entra nella cultura della gente.
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