NewsLetter N° 4/Novembre 2006 A cura dell'Associazione "I Popolari"
LIEVITO
Pd, partito leggero con base pesante o partito pesante con base leggera? di Pierluigi Castagnetti Dopo Orvieto il processo di fondazione del partito democratico sembra aver avuto una forte accelerazione. Gli iscritti e gli elettori dei Ds e della Margherita guardano con favore al progetto, ma anche con preoccupazione per l’eccessivo verticismo del processo decisionale. E anche la percezione dei partiti sembra mutare. E così, se negli ultimi anni i Ds sono stati identificati da autorevoli osservatori politici come il “Partito di Prodi” (Ilvo Diamanti), nel senso del partito più favorevole al progetto di unificazione del centrosinistra, adesso che il dibattito sul partito democratico è entrato nel vivo, e riguarda in modo preponderante anche la struttura organizzativa del nuovo soggetto politico, le cose sembrano essere cambiate. Per il “Partito di Prodi” è infatti difficile divenire “partito alla prodiana”, intendendo in questo modo il partito immaginato da Vassallo nella sua relazione ad Orvieto. Un partito leggero in cui dovrebbe entrare, con convinzione, una base “pesante”, sia in termini quantitativi (più di 560mila iscritti, fra cui migliaia e migliaia di quadri e di dirigenti di enti locali ed economici di “lungo governo” della sinistra) sia per il proprio diffuso radicamento nel territorio nazionale (circa 7mila sezioni omogeneamente presenti in tutta Italia; più di 3mila feste dell’Unità locali). Una base strutturata che conta su un “apparato organizzativo” altrettanto articolato e che ... [segue]
IL PUNTO
Pd, e ora si parte davvero Parallelamente alla discussione sui contenuti culturali e politici del nuovo partito, sono state individuate le personalità che dovranno occuparsi delle prossime tappe concrete per la costruzione del partito democratico. Così come stabilito al seminario di Orvieto, Romano Prodi ha definito i componenti del gruppo di lavoro che dovrà elaborare il Manifesto del Partito Democratico, i responsabili della formazione politica e culturale, della rivista nonché il coordinamento. Sono responsabili della cosiddetta cabina di regia Mario Barbi, Antonello Soro e Maurizio Migliavacca. Al manifesto del Partito drmocratico lavoreranno Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Giorgio Ruffolo, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo e Luciano Violante. Alla formazione sono impegnati Filippo Andreatta (coordinatore) Francesco Saverio Garofani, Flaminia Saccà, mentre alla rivista lavoreranno Vittorio Bo (coordinatore), Lucia Annunziata, Sandra Bonsanti, Gad Lerner, Daniela Mazzucconi, Franco Monaco, Antonio Polito e Andrea Ranieri.
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Occhio al referendum La macchina referendaria è di nuovo in movimento. Un comitato promotore trasversale, che vede insieme diversi giuristi, veterani delle battaglie per la riforma elettorale ed esponenti dei DS, della Margherita, di AN e di Forza Italia, ha depositato in Cassazione i quesiti abrogativi della legge proporzionale del centrodestra, il “porcellum”. Tra le pesanti eredità lasciateci dal precedente governo, oltre alla disastrosa situazione dei conti pubblici, c’è una legge elettorale, approvata con un colpo di mano in Parlamento, a pochi mesi della sua scadenza,
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LA RIFLESSIONE
La sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di Medio termine è stata attribuita dallo stesso Bush alla guerra in Iraq. Una guerra sottovalutata per la sua valenza politica e culturale, non solo sui paesi dell’area direttamente coinvolta, ma anche sullo scacchiere geopolitico mondiale. Le conseguenze del conflitto erano già state profetizzate da Giuseppe Dossetti all’epoca della prima guerra del Golfo. Qui di seguito si riportano le note di commento sulla situazione mediorientale pubblicate in forma anonima su “Il Regno” del 15 ottobre del 1990.“
Qui la chiesa scomparirà di Giuseppe Dossetti 1. È da rilevare la grande ingiustizia rappresentata dal fatto che, di fronte a tante occupazioni e aggressioni inedite, solo questa volta il Consiglio di sicurezza dell’Onu abbia trovato concordi tanti paesi nell’applicare sanzioni di tale gravità da portare alla guerra. 2. Non si porta nessuna giustificazione ideale per l’intervento. Neppure quella di ristabilire l’indipendenza di un paese di fronte a un dittatore. Può essere anche antipatico, ma in questo caso Saddam Hussein può sostenere validamente che l’unica ragione pe ... [segue]
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Il Nobel per la Pace al “banchiere dei poveri” Il 10 dicembre verrà consegnato ad Oslo, in Norvegia, il Premio Nobel per la pace che fra i tanti assegnati, è da sempre quello più significativo. Quest’anno lo ha vinto Mohammed Yunus il banchiere dei poveri, il fondatore in Bangladesh della Grameen Bank, letteralmente la ‘banca rurale’. Come si legge nella motivazione dell’Accademia di Stoccolma, Yunus ha consentito con il suo impegno di “creare sviluppo economico e sociale dal basso”. Partita con un capitale di 27 dollari (i primi soldi andarono a una donna, Sufia Begum, che costruiva sgabelli di bambù), la Grameen Bank eroga oggi crediti per 5,7 miliardi di dollari in 40 paesi con un tasso di recupero che supera il 98%. Crediti che hanno una particolare caratteristica: non si basano su alcuna garanzia reale, su nessun contratto a valore legale. Si basano solo sulla fiducia. Etimologicamente parlando, credito significa 'credere' e, quindi, dare fiducia, ricorda sempre Yunus. E la Grameen Bank, così come le altre banche di microcredito che sono nate pro
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LIBRERIA
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi con il volume Goodbye Europa (editore Rizzoli 2006 - pagine 217, euro 18) offrono ai lettori indicazioni decisive per interpretare la crisi – politico economica e sociale - del vecchio continente ben riassunti nel sottotitolo “Cronache di un declino economico e politico”. L’Europa ha bisogno di maggior concorrenza, non di aumentare le infrastrutture pubbliche. Le università europee hanno bisogno di più mercato, non di più denaro. Le aziende europee hanno bisogno di meno tasse, di un mercato del lavoro meno regolato e di mercati dei prodotti che funzionino meglio, non di sussidi e protezioni. Il Vecchio continente deve prepararsi a gestire società multietniche, un tema di fronte al quale gli europei sono impreparati e che potrebbe divenire esplosivo. Questo non significa che l’Europa debba semplicemente adottare in toto il modello americano: vi sono aspetti del welfare europeo che sono efficienti e debbono essere preservati.
Cinque anni dopo l’11 settembre, tre dopo l’invasione dell’Iraq e uno dopo l’uragano Katrina, Lilli Gruber va alla riscoperta delle diverse facce del Paese da cui dipende il destino del mondo. Con il volume America anno zero (editore Rizzoli 2006 - pagine 330, euro 18) visita le sue città, da New York capitale globale alla moribonda Detroit, prostata dalla cristi dei colossi dell’auto, da Portland e San Francisco, culle del pensiero ecologista, a Los Angeles, inesauribile fabbrica dei sogni e degli incubi di Hollywood, e New Orleans devastata dalla furia della natura e dall’incuria degli uomini. Incontra politici ed economisti, attrici impegnate e studiosi venerabili, generali ribelli, veterani di guerre inutili, maghi delle nuove tecnologie, ex pirati redenti di Wall Street. Dopo aver dedicato i tre libri precedenti all’approfondimento dell’esplosiva realtà mediorientale, oggi Lilli Gruber ci aiuta a riscoprire una nazione in guerra con se stessa.
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